Blog a cura della Dr.ssa ANNA GULLA' & Collaboratori

mercoledì 28 ottobre 2009

L'influenza delle emozioni sulla salute fisica e mentale

Sappiamo ormai da millenni che un accumularsi di emozioni negative porta alla malattia, ma la spiegazione scientifica di ciò è giunta solo da pochi decenni, con la nascita della PsicoNeuroEndocrinoImmunologia, disciplina che affermando la realtà dell'unità psico-fisica dell'uomo, identificando il malato e non la malattia, ha dimostrato che la nostra vita psicologica (la rabbia come la soddisfazione, la disperazione come la gioia, l'ostilità come l'amore), attraverso le vie del sistema nervoso regola la secrezione di sostanze, come il cortisone e le endorfine, che a lungo andare influenzano il nostro sistema immunitario. Fattori puramente psicologici quindi, agiscono su fattori biologici. Una fondamentale via di collegamento tra emozioni e sistema immunitario si esplica, per esempio, nell'influenza esercitata dagli ormoni liberati in condizioni di stress, che hanno l'effetto di inibire, almeno temporaneamente, le cellule immunitarie. Ma poiché siamo quotidianamente sommersi da dati che evidenziano l'effetto immunodepressivo dello stress, in questa sede voglio approfondire i dati sempre più numerosi portati alla ribalta dalla gelotologia, disciplina che, nata negli USA negli anni '70, ha preso le mosse proprie dalla PNEI, configurandosi come una modalità di prevenzione e di terapia che studia la relazione tra il ridere e la salute. Disciplina-ponte tra biologia psicologia antropologia medicina, poiché il ridere resta inafferrabile se studiato da una sola di queste prospettive. Spesso è impossibile incasellarne tutte le implicazioni gli esiti le variabili, perché il ridere è un fenomeno che appartiene più all'immaginario che all'esattezza scientifica. Non solo. Per convenzione secolare il riso è stato ritenuto un argomento non meritevole di attenzione, e la comicità un aspetto talmente superficiale e marginale della vita umana, che i “pensatori seri” hanno ritenuto non valesse la pena occuparsene. Si spiega così perché “il riso fa buon sangue” sia stato considerato più un detto delle nonne che un'ipotesi da sottoporre a verifica. Ma le riflessioni di eccellenti, seppur poche menti, hanno finito col dare ragione al proverbio: quando la ricerca scientifica ha individuato nel cervello umano, l'esistenza di endorfine, ed è stato scoperto che l'atteggiamento mentale influiva sulla secrezione di tali sostanze, nonché sulla percezione della malattia da parte del paziente, si è cominciato a sospettare che ci fosse qualcosa di scientifico nel ritenere che la risata agiva positivamente sulla chimica dell'organismo, e specialisti di vari campi hanno iniziato lo studio sperimentale dell'umorismo e del ridere. Ormai popolare la storia di Norman Cousins, noto giornalista americano a cui era stata pronosticata una probabilità di guarigione su 500 per la sua spondiloartrite anchilosante. Documentandosi sulle ricerche più recenti e d'accordo con il suo medico, il giornalista decise di interrompere il trattamento con analgesici, di assumere alte dosi di vitamina C (che tra l'altro, ha forti proprietà antistress) e di fare delle abbondanti e intense risate. L'idea si dimostrò subito valida: 10 min di buone risate aveva un effetto analgesico che permetteva almeno 2h di sonno senza dolori. Questa “cura” portò ad un obiettivo miglioramento, lento ma costante, di tutto il quadro clinico. Il commento finale di Cousins fu: “Le conclusioni che traggo da questa mia esperienza? Che la voglia di vivere non è un'astrazione teorica, ma una realtà fisiologica con effetti terapeutici. (…) Ho imparato anche a non sottovalutare mai la capacità di recupero della mente umana e dell'organismo anche quando le prospettive sembrano più infauste.” (Cousins 1979, La volontà di guarire. Anatomia di una malattia, p. 33). Diversi medici che studiarono l'esperienza di Cousins ritennero che oltre al ridere, altri comportamenti fossero stati importanti nel suo modo di affrontare a malattia: l'estrema fiducia nelle capacità di guarigione, l'assenza di panico di fronte al pericoloso disturbo che lo aveva colpito, l'aver condiviso la responsabilità della malattia senza delegarla ai solo medici. Una rondine non fa primavera, ma l'idea di Cousins ha interessato ed è stata ripresa da vari specialisti che hanno confermato l'importanza degli aspetti psicologici e dei vissuti emotivi nella guarigione di un paziente. Su questo rapporto Rod A. Martin, psicologo della Western Ontario University, in Canada, ha documentato che nelle situazioni di stress diminuisce, nella saliva, l'immunoglobina A: una componente delle difese immunitarie che ci preserva dalle infezioni delle prime vie respiratorie, ma che riflette anche lo stato di tutte le nostre difese. La diminuzione tuttavia, ed è qui l'importante della scoperta, è tanto più modesta quanto più forte è il senso dell'umorismo dimostrato dall'individuo. Nel tentativo di chiarire questo risultato, alcuni specialisti hanno documentato che ridere rallenta la produzione di sostanze, come il cortisone, che col tempo impoveriscono il sistema immunitario. Di pari passo, altri hanno dimostrato che ridere facilita la liberazione di sostanze che, come le beta-endorfine, hanno un potente effetto analgesico e potenziano il sistema immunitario. Ridere inoltre, è un ottimo modo per socializzare affermare valori comuni sentirsi vicini agli altri e stemperare le inevitabili tensioni. Gli effetti fisiologici del ridere somigliano molto a quelli dell'esercizio fisico. Quando ridiamo tutto il nostro corpo ride e si rilassa: il cuore e la respirazione accelerano i ritmi, permettendo un fenomeno di purificazione e liberazione delle vie respiratorie superiori, la tensione arteriosa cala e tutti i nostri muscoli si rilassano. Questi effetti, abbiamo visto, si estendono anche al sistema immunitario. Recentemente, ricercatori della Gaslow Caledonian University hanno condotto uno studio triennale sulle terapie alternative agli antidolorifici, scoprendo che ridere è un potente analgesico: chi ride riesce a sopportare il dolore più del normale. Ci sono diversi possibili meccanismi attraverso i quali questo avviene: i processi emotivi e cognitivi, per esempio, potrebbero essere cruciali nel controllare gli accessi a tale percezione. Ridere inoltre, provoca nel cervello un'attività elettrica simile a quella che si riscontra quando si percepisce un'incongruenza cognitiva e si cerca di risolverla. Peter Derks e colleghi, in una loro ricerca, hanno riscontrato precisi schemi di onde N400 negative, corrispondenti a quelle che appaiono quando ad un soggetto si presenta una lista di parole incongrue, o gli si chiede di risolvere un problema. I ricercatori hanno costatato che la presentazione di stimoli buffi in situazioni di dolore attiva i processi cognitivi interessati alla risoluzione di problemi che distolgono l'attenzione dal dolore stesso. E' anche possibile che il riso attenui il dolore facilitando una vasocostrizione: riducendosi il flusso di sangue alla pelle, diminuisce la sensibilità dei recettori cutanei. Qualunque sia il meccanismo coinvolto nel potenziamento dell'effetto analgesico del riso, rimane il fatto che ridere viene a delinearsi come una vera e propria terapia, e questo perché il soggetto umano rappresenta il punto nodale di una rete potenzialmente infinita di relazioni. Come apparato psicomentale l'individuo lavora incessantemente a mantenere un rapporto funzionale col mondo esterno e col mondo interno tramite investimenti affettivi e di senso, coadiuvato dalla memoria, dalle tracce mnestiche degli oggetti e delle esperienze, dalle fantasie, dalle idee e dall'elaborazione intellettuale degli eventi. C'è infatti un continuo processo di comunicazione tra la percezione sensoriale, il bisogno l'emozione la pulsione il desiderio l'azione, da una parte e l'intelletto dall'altra. Non possiamo non concludere allora, che curando la mente curiamo anche il corpo e curando il corpo curiamo nello stesso tempo la mente. Alla luce di questa evidenza, un numero sempre crescente di studiosi ritiene che malattie come il cancro e le affezioni cardiache siano strettamente legate agli stati d'animo e all'atteggiamento verso il mondo che ci circonda. Per quanto riguarda il cancro, in particolare, i medici hanno scoperto che un atteggiamento positivo nei confronti della malattia è spesso il primo passo verso la guarigione. Il dottor Carl Simonton e la moglie, entrambi oncologi, sono tra i più convinti assertori delle capacità curative del riso, ritenendo che questo inibisca i fattori neoplastici. Una ricercatrice che lavora con loro, la dott.ssa Janet S. Hranicky, ha elaborato una teoria sul cancro che ha chiamato “blocco da piacere”: quando una persona contrae il cancro, o sa di esservi predisposta, finisce per perdere la voglia di ridere e gustare i piaceri della vita, ma allo stesso tempo, quando vengono a mancare gioia di vivere e senso dell'umorismo, ha più probabilità di peggiorare e di contrarre la malattia. Naturalmente questo approccio va inquadrato nella giusta dimensione e non si può certo considerare la terapia del ridere, sostitutiva di qualunque altro tipo di intervento medico, farmacologico o psicologico, ma sicuramente di valido e affermato supporto per chi vuole venir fuori dalle proprie problematiche ed assumere una nuova dimensione di vita. I farmaci sono indispensabili per ripristinare l'equilibrio chimico energetico e funzionale dell'apparato; ma i farmaci non hanno effetto di per sé, se la mente del soggetto non è in grado di assimilarli e accettarli.

2 commenti:

Antonio Greci ha detto...

Che lo stress sia nemico dell’apprendimento è risaputo. In età adulta in particolare, dove le contaminazioni emotive danno origine a stati di disagio che aumentano in intensità all’aumentare della consapevolezza degli stessi, e con i quali il formatore deve confrontarsi in continuità. Paradossalmente, lo stress può anche essere generato dall’urgente bisogno di apprendere. Possiamo citare il caso in cui, sempre in età adulta, tale stress derivi non tanto dal contenuto del messaggio, ovverosia il “cosa”, quanto dalla sua codificazione, il famoso “come”. Sovente, la ricerca di una modellatura interpretativa del contenuto del messaggio, che possa essere tradotto in una “riformulazione” logico-mnemonica, può indurre il cliente a vivere attraverso un spasmodico stato d’ansia, l’ identificazione del rapporto con il significato che egli cercherà di attribuire. E’ come dire che, tra significante e significato, nasca una sottostante dissonanza emotivo cognitiva, dovuta non tanto alla concettualizzazione del significato, quanto all’urgenza di memorizzare un ipotetico modello a cui associarlo. Appare evidente la difficoltà del formatore nell’aiutare il cliente alla consapevolezza di una più semplice gestione del messaggio. Se prendiamo come esempio pratico, l’acquisizione della padronanza emotiva di una semplice domanda, apparentemente provocatoria, che il cliente dovrebbe apprendere quale: “E’ importante per lei…?”, incontreremmo più di una difficoltà nella sua accettazione. Le ragioni potrebbero essere molteplici: culturali, educative, psichiche, ecc., ma tutte efficaci nell’impedire al cliente l‘accettazione di tale tipo di domanda, ripeto: “E’ importante per lei …?”. In sostanza, il cliente oppone evidenti resistenze ad accettarsi nel ruolo di colui che “empaticamente” possa domandare a chicchessia: “E’ importante per lei …?”. Gli “archetipi” fondanti tali difficoltà producono, fin troppo spesso, stati di rifiuto che il cliente traduce in continui condizioni di stress emotivo espressi attraverso comportamenti a volte compulsivi. E’ proprio attraverso l’inconscia ripetizione di tali comportamenti che possiamo individuare forme alternative di approccio all’educazione dell’apprendimento. Forme che nella loro metodica semplicità riconducono il cliente ad una maggiore aderenza alla realtà. Forme che iniziano con un sorriso, per giungere alla condivisione delle procedure per l’ identificazione del problema e delle sue soluzioni. Da sempre durante i miei interventi introduco pause diversive sia interne che esterne all’immagine di me che il cliente percepisce. Dall’auto ironia, alla narrazione, alle letture, alle diapositive, ai video, trasformo queste pause in momenti di condivisione, soprattutto ilare. I risultati sono molto confortanti. Curva dell’attenzione di nuovo ai massimi, accettazione del significato depurato da pregiudizi, preconcetti, presupposti, maggiore concentrazione e non ultimo, una migliore memorizzazione. Posso confermare che tale approccio, saputo gestire nei contesti e nei momenti appropriati, avvicina il cliente alla scoperta di un apprendimento maggiormente focalizzato sull’oggetto ed in forma sicuramente più, mi si passi il termine, “ecologica”. Vi è quindi la possibilità di una facilitazione all’apprendimento in età adulta, soprattutto all’astrazione, attraverso il riso. Tali pause possono essere considerate:“ rigenerative”. Con l’auto ironia, ad esempio, è possibile aprire e gestire la rielaborazione del concetto di una determinata teoria condividendone gli aspetti più complessi sullo stesso piano con il cliente. In sostanza, l’ auto ironia facilità il rapporto di reciprocità ed autenticità docente/discente, senza inficiare le tre aree base della formazione: competenza, capacità, contesto.

Antonio Greci ha detto...

Prendendo spunto dall’articolo della D.ssa Anna Gullà, apparso su www.opsonline.it all’indirizzo: http://stress.opsonline.it/psicologia-22529-influenza-delle-emozioni-sulla-salute-fisica-e-mentale.html, con riguardo alle discipline della PsicoNeuroEndocrinoImmunologia (PNEI) e della gelotologia, si intuiscono ipotesi di nuovi itinerari formativi dove, riguardo a concetti come “astrazione”, e doveroso evidenziare il legame tra immaginario e ilarità, come riportato da quanto ella scrive: “… perché il ridere è un fenomeno che appartiene più all'immaginario che all'esattezza scientifica.”. L’atto formativo ha una sua valenza nel preciso momento in cui arricchisce il discente evitando forme oppressivo/repressive di apprendimento. Insegnare ed apprendere la matematica attraverso il gioco e la sdrammatizzazione del rapporto oggetto/soggetto da anni conferma eccellenti risultati, come pure la capacità di liberare il cliente dal vincolo delle proprie aspettative. Nelle letterature specifiche i casi sono numerosissimi. In attesa di ulteriori conferme scientifiche, la consapevolezza che sostanze come cortisone e endorfine, con interventi diversi sul nostro sistema immunitario, possano migliorare la qualità della nostra vita, anche in casi di patologie estreme, mi rende maggiormente responsabile sia dei risultati economici che il cliente si attende dal mio intervento, soprattutto responsabile della qualità del percorso da affrontare con lui. Troppe volte il cliente imprenditore o manager, vive un profondo conflitto all’interno del quale un piccolo successo può divenire una grande leva motivazionale. Fare del coaching significa anche trasformare tutto ciò in un momento di ilarità, se, ad esempio, confrontato con lo stato depressivo da cui si era iniziato il rapporto. Vorrei concludere, citando, sempre dall’articolo in argomento, poche parole che mi hanno colpito positivamente e motivato confermandomi l’importanza del nostro essere e fare con il cliente: “Non possiamo non concludere allora, che curando la mente curiamo anche il corpo e curando il corpo curiamo nello stesso tempo la mente”. Ed è per questa ragione che ne propongo la lettura.
Antonio Greci


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