Blog a cura della Dr.ssa ANNA GULLA' & Collaboratori

mercoledì 17 marzo 2010

I DISTURBI DEL COMPORTAMENTO ALIMENTARE

INTERVISTA A CURA DI A. LOMBARDO AL DOTTOR E. MIAN

Caro Dr Mian Lei, nella sua attività, incontra molte persone che soffrono di disturbi del comportamento alimentare. Ci spiega meglio di cosa parliamo quando parliamo di questi disturbi?
Un disturbo del comportamento alimentare (DCA) è un termine che possiamo definire "contenitore" e rappresenta tutti gli atteggiamenti (disturbati) che hanno nell'alimentazione il loro "sintomo".Cioè tutti i disagi, che si esprimono con un comportamento verso il cibo e rientrano nelle psicopatologie in quanto sono alterazioni nel rapporto con il cibo. Anoressia nervosa, Bulimia nervosa e Binge Eating Disorder (la sindrome da alimentazione incontrollata) sono i più conosciuti, ma esiste una varietà più ampia che oscilla tra situazioni di crisi momentanee a veri e propri quadri di psicopatologia con complicazioni mediche e psichiatriche. Nei DCA inoltre è presente non solo un problema con il cibo, ma anche con l’immagine corporea, cioè l’immagine interna di come il nostro corpo appare all'esterno. Questo in estrema sintesi ovviamente.


Vorrei approfondire con Lei il tema dell'immagine corporea e della sua problematicità.
Trovo che questo concetto sia pregno di significati importanti per quanto concerne questa tipologia di disturbi. L'idea di "immagine corporea interna", porta sulla scena tutta una serie di ambiguità e di opposizioni che sembra incastrare in un gioco senza via di uscita apparente chi soffre di questi disturbi. Mi riferisco, per esempio, alla leggerezza del corpo, quasi al desiderio di annullamento, in contrapposizione alla pesantezza dei vissuti o, ancora, al forte desiderio di controllo, del proprio peso, del cibo ingerito, delle calorie assunte, quasi un controllo iperbolico (e verrebbe da dire, iper-metabolico) di sé, del proprio corpo che, paradossalmente, si ribalta in una schiavitù, in una pressochè totale dipendenza che sfocia in un non controllo di Sé.

Lei come spiega queste "battaglie" in relazione al tema da lei introdotto dell'immagine corporea interna? 
Il disturbo dell' immagine corporea ha un ruolo centrale nell'anoressia, bulimia e nel binge eating. In sintesi il problema è che ci si percepisce "grassi" anche quando si è fortemente in sottopeso e comunque si è perennemente insoddisfatti del proprio apparire corporeo. Tutto ciò conduce a legare a doppio filo il valore di sè principalmente al proprio corpo ed al controllo su di esso. Perchè questo avviene? Lo spiegherei semplicemente come faccio con i miei pazienti: con la "teoria dell' isola felice". Principalmente questi disagi sfociano nell'adolescenza e sempre piu' spesso in preadolescenza. Qui, il giovane si trova ad affrontare il "mondo degli adulti" e quello dei propri pari e scopre che deve lottare per molte cose che prima apparivano scontate. Lotta per essere accettato, far parte del gruppo, essere ascoltato, avere un suo spazio, un suo futuro, identita' etc.. Vivere,quindi, e' come camminare perennemente sulla corda. Una corda fatta di incertezze e che non fornisce certo la tranquillità che il mondo dell'infanzia aveva sino a quel momento fornito.Iniziano quindi le prime frustrazioni ed il rifugio nel "controllo", persino delle emozioni, diviene la prima strategia attuabile e disponibile.Questo rifugio e' la cosiddetta "isola felice". Iniziare a contare, limitare, analizzare il proprio corpo ed il cibo concorre a far sentire inizialmente al riparo dalle incertezze del "camminare sulla corda" e cioe' vivere: in questo modo si entra nella malattia. Dapprima il controllo, chiamato anche perfezionismo clinico, avviene verso cibo e corpo, mano a mano si sposta verso altre aree della propria vita toccando anche le emozioni ed il rapporto con gli altri. Tutto ciò che perturberà questo controllo diviene inaccettabile ed il passo verso una dipendenza dal disturbo, quale unico compagno di vita è purtroppo breve. Più si ricerca una imperfezione allo specchio tastando il proprio corpo (il cosiddetto body checking) o magari confrontandolo con gli altri che si reputano sempre migliori di noi, e più facilmente ci si sentirà imperfetti. Cosi' facendo si asseconda il disturbo che crede nell' esistenza della perfezione e che solo chi è perfetto sia amato.Oltre a questo, il disturbo alimentare usa il corpo per comunicare, anche quando chi ne soffre pare isolarsi o tace.Chi soffre vuole comunicare un disagio che poco ha a che vedere con il solo sintomo (non mangiare oppure mangiare senza controllo etc..). E' un disagio psicologico in primis, in quanto tali disturbi sono psicopatologie e non possono essere risolte unicamente lavorando sull'aspetto nutrizionale. La totalità di chi soffre di queste problematiche ha iniziato con una dieta per controllare il proprio corpo ed il disturbo dell'immagine corporea non si risolve di certo con essa in quanto non è possibile risolvere un problema con ciò che l'ha causato.

Questa "Isola felice" di cui lei parla mi fa pensare alla relazione fra questa tipologia di disturbi e le opportunità date dalle nuove tecnologieE' ormai da un pò di anni che si parla del proliferare di siti pro-ana e pro-mia (n.d.a. "ana" e "mia" sono i vezzeggiativi usati da chi ne soffre per definire la loro condizione di anoressia (ana) e/o bulimia (mia)). L'idea di isola felice come le dicevo è anche l'isola e per contrazione l'isolamento, in una virtualizzazione (dove con il virtuale si raggiunge quella perfezione, senza peso e non carnale tanto anelata) delle relazioni possibile grazie ad internet. In una mia ricerca sul fenomeno blog, notavo come, grazie ad internet, sia possibile per queste persone da un lato, trovare un sostegno da propri "simili", ricevere informazioni sulle diete, sulle calorie, sulle tecniche migliori di gestione del peso, ma anche per chiedere aiuto per uscire da questo isolamento "felice". Lei cosa ne pensa?
Concordo con la sua visione di equiparare l'isola felice anche alle varie "isole" date dai siti cosiddetti "pro-ana" e "pro-mia" disseminati purtroppo ovunque in rete. Personalmente li vedo come molteplici solitudini che si incontrano e si motivano a vicenda per mantenere un controllo che e' umanamente impossibile praticare per un lungo periodo. Proprio per questo assistiamo nella pratica clinica al fenomeno della "transdiagnosi", cioe' ragazze che prima erano anoressiche e con il tempo divengono bulimiche. Da un estremo digiuno si giunge a episodi di abbuffate con condotte di compenso di vario tipo (vomito, attivita' fisica condotta per diverse ore, uso di diuretici e lassativi, etc)Questi disturbi infatti sono posti l'uno accanto all'altro quasi ad essere uno, la continuazione dell'altro.In merito ai siti che inneggiano a queste malattie, un recente studio ha indicato che quando appare un disclaimer, cioe' un messaggio che informi sul contenuto del sito prima di entrare nella home page , l'utente rimane per meno tempo in lettura ed in molti casi neppure va oltre l'avvertimento.Questi avvertimenti dovrebbero essere imposti per legge, in quanto niente si sta facendo per bloccare, informare e condurre ricerche serie su tali fenomeni che non possono essere presi alla leggera tacciandoli, come ho visto fare, di "fenomeni adolescenziali". Proprio a causa di questo abbiamo perso tempo prezioso nel nostro Paese nella lotta a queste problematiche. Ed ora si contano i danni. Con il gruppo che coordino su internet riguardo i disturbi alimentari, nel solo 2009 abbiamo contribuito a chiudere una dozzina di questi siti ed altrettanti gruppi sul socialnetwork "Facebook" di questo tipo. Ho inoltre contattato le responsabili di questi siti per fornire un aiuto reale nel mondo reale ma pochissimi hanno risposto e ancor meno desiderano uscire dal proprio disagio. Ma e' una goccia nell'oceano. La mia personale idea? Reprimere ascoltando. Mi spiego meglio: cancellare per sempre i contenuti, ma di converso stimolare a comunicare il proprio disagio in una maniera piu' funzionale. Questi disagi hanno un loro "perchè", cosi' pure il motivo che spinge l'adolescente a creare un sito di questo tipo. E' su questo che si deve far leva per comprendere il disagio sotterraneo che questi siti, apparentemente deliranti nascondono.C'e' bisogno di ascolto, di accoglienza, di una carezza in sintesi.Una carezza ed un ascolto che spesso viene negato e che vede nel disturbo alimentare la ricerca di lenire questa fame d'amore.4- la sua ultima frase mi fa venire in mente il tema della cura e del prendersi cura. 

Come ci si cura da queste patologie? E perchè è cosi difficile uscirne?
Iniziero' dicendo che e' complesso, ma non impossibile uscirne. Intendo specificatamente uscirne ed avere una cura:non guarire. Guarire significa ritornare alla situazione precedente alla malattia e cio' significherebbe sminuire il significato che il disturbo porta con se. Ritornando alla sua domanda, e' difficile la cura perche' il problema e' determinato da piu' fattori con ostacoli che mantengono la problematica (rapporti interpersonali, autostima,problem solving, bassa tolleranza alle frustrazioni ed alle emozioni etc), e dinamiche che si innescano durante i momenti di crisi che limitano le risorse disponibili della persona. E' complesso uscirne perche' oltre a dover comprendere tutto cio', è necessario, per i professionisti cui ci si affida, avere una certa esperienza anche dei meccanismi che si instaurano nella relazione con il paziente, i suoi familiari/conviventi ed essere pratici nell'entrare in relazione terapeutica con la persona. Cosa non sempre facile. Ecco perche' i disturbi alimentari sono in un certo senso la "bestia nera" per molti colleghi.E' necessario che chi soffre si senta accolto ed ascoltato, ma anche che sia condotto per mano verso il cambiamento. Questo puo' avvenire anche per mezzo di diverse figure professionali che dovrebbero essere coordinate da uno psicologo. Questo perche' e' il professionista che ha incontri con la persona a cadenza piu' ravvicinata nel tempo e forse meglio ne conosce storia, sviluppi e purtroppo immancabili"alti e bassi". Curare queste patologie significa prendersi cura di tutta la persona, non solo del corpo. Nel corpo ha la sua espressione, nel controllo di esso ma non e' l'unica cosa cui prestare attenzione.Tengo a precisare infine che molti dei casi che giungono alla mia attenzione avrebbero potuto trarre beneficio da una prevenzione fatta "come si deve".Intendo una prevenzione che non atterrisca solamente riguardo i danni fisici dei disturbi alimentari, ma che miri ad aiutare i giovani a comprendere cio' che sta avvenendo in loro.Rendiamoci conto che ormai la nostra societa' non e' piu' pronta per gestire alcune dinamiche e fasi della vita. Il parto, l'adolescenza, la morte solo per fare degli esempi, sono momenti che ora si cerca in tutti i modi di alleviare nel piu' breve tempo possibile.E molto spesso in famiglia non se ne parla o non si forniscono strumenti, anche comunicativi e di risoluzione dei problemi, per poter comprendere e fronteggiare adeguatamente cio' che fa parte della vita di ognuno di noi.

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