Blog a cura della Dr.ssa ANNA GULLA' & Collaboratori

giovedì 4 novembre 2010

Psicologi e... ciarlatani!

Uomini e donne di poca qualità ammantati di ciarle, abbondano in ogni campo. Nell’ambiente della cura la maschera del ciarlatano ebbe nei secoli un ruolo non privo di una sua dignità. A fronte di una medicina ufficiale che diceva di sapere e potere, mentre poco sapeva e nulla poteva, la ciarlataneria a modo suo, tra millanterie e stravaganze, rispose ad un bisogno insopprimibile e primario: trovare un rimedio anche solo consolatorio dell’inguaribilità della malattia all’incalzare della vecchiaia, alla paura della morte. Il ciarlatano fu storicamente un prodotto dell’angoscia esistenziale dell’uomo e della sua ansia di vivere. Sfruttare quest’ansia, lucrare sull’angoscia e sull’ignoranza altrui, rese in molti casi la maschera del ciarlatano ignobile e la sua figura spregevole”. (G. Cosmacini – Ciarlataneria e medicina. Cure, maschere, ciarle – Ed. Raffaello Cortina 1998).


E’ molto importante, dunque, assicurarsi che colui al quale ci si rivolge per avere un aiuto, che sia di natura psicologico o medico, abbia le giuste cognizioni e competenze (nonché i titoli di studio relativi) per svolgere la professione di aiuto.

Al giorno d’oggi troppe persone si “improvvisano” terapeuti, sentono di averne la “vocazione”, ma molto spesso non sono consapevoli dei danni che possono causare ai propri clienti, applicando tecniche sbagliate, inappropriate o che non conoscono alla perfezione.
Senza contare le reazioni inconsce che possono scatenare, non essendo poi in grado di gestirle dopo la seduta, poiché completamente (o quasi) a digiuno dei processi che stanno alla base di certe patologie o di certi meccanismi piscologici.

Non si può prescindere dalla teoria, dalla conoscenza delle maggiori scuole di pensiero, dei vari approcci terapeutici e delle principali disfunzioni che possono presentare le persone che ricorrono alla richiesta di aiuto, se pur è vero che, senza la pratica, tanta pratica, non è possibile diventare dei buoni terapeuti.

Il buon senso e la sensibilità innata della persona mascherati da saggezza, da soli non bastano per far sì che il paziente sia al sicuro ed in buone mani.
Il termine iatrogeno (dal greco iatròs, medico e gennan, generare) indica una risposta sfavorevole o un effetto patologico conseguente ad un atto terapeutico improprio o eccessivo. Implica pertanto un giudizio negativo ed in tale senso si trova abitualmente associato ai termini lesione o danno.

Da un punto di vista sociologico esistono tre forme di iatrogenesi: clinica, sociale e culturale.

La iatrogenesi si riferisce il più delle volte alle conseguenze negative delle azioni dei medici, ma può essere riferita anche ad errori attribuibili agli psicologi, terapeuti, farmacisti, infermieri, dentisti e così via. Inoltre la iatrogenesi non è imputabile esclusivamente alla medicina occidentale ma anche e soprattutto alle medicine alternative (Wikipedia).

Le lesioni iatrogene possono essere dovute a somministrazioni di farmaci errate per qualità o quantità o per impropria prescrizione degli stessi, ad interventi medici e/o terapeutici errati, quanto ad imperizia e scarsa preparazione del professionista della relazione di aiuto.
Qualunque di queste figure professionali può essere chiamata a rispondere, davanti alle competenti autorità giudiziarie, dei cosiddetti “danni iatrogeni”, ossia dei pregiudizi alla salute, direttamente imputabili ad erronee indicazioni e prescrizioni.

Nell’esercizio della sua professione il terapeuta può incorrere in varie fattispecie di responsabilità, penale, civile e disciplinare, che conseguono a più o meno direttamente a:
inosservanza di obblighi o violazione dei divieti imposti dalle leggi e regolamenti che disciplinano espressamente l’esercizio della professione;

trasgressione dei doveri di ufficio o di servizio inerenti al rapporto di impiego subordinato da enti pubblici o privati;

inadempimento delle obbligazioni nascenti dal contratto di prestazione d’opera nei confronti del cliente privato;

errata applicazione delle regole diagnostico-terapeutiche da cui derivi un danno al paziente (lesione personale o morte).
L’Art. 2055 del C.C. viene applicato in molto ambiti ed anche nei casi di danno iatrogeno, causato da imperizia dell’operatore.

Prendendo come base alcuni punti delle linee guida del codice deontologico degli psicologi, ci si deve assicurare che tutti gli operatori nel ambito medico e dell’aiuto psicologico facciano riferimento a tali indicazioni, al fine di garantire la correttezza e la leicità del loro operato:

La tutela del cliente

La tutela del professionista nei confronti dei colleghi

La tutela del gruppo professionale

La responsabilità nei confronti della società

Meritare la fiducia del cliente

Possedere una competenza adeguata a rispondere alla domanda del cliente

Usare con giustizia il proprio potere

Nell’esercizio della professione, il soggetto ha diritto da parte nostra al rispetto della sua dignità, alla riservatezza ed al raggiungimento dell’autonomia. Inoltre, non vanno suscitate nel cliente delle attese e delle aspettative infondate.

I professionisti dell’aiuto debbono sempre considerare di non porre i propri pazienti in situazioni di potenziale pericolo e, come già accennato prima, essere molto attenti per ciò che concerne possibili conseguenze psichiche dell’effetto retard.

Infine, qualunque tecnica debba essere utilizzata a favore del soggetto, è bene che sia supportata da studi clinici approfonditi che consentano di poter seguire corrette procedure, non lasciando all’estro del singolo pericolosi comportamenti, che possono rivelarsi al momento e nel passare del tempo, serie fonti di danni iatrogeni (Perusia, 2004).

Siamo in una nuova era storica delle “terapie psicologiche”, ove la mancanza d’obbligo, in alcuni contesti, di seria formazione e supervisione adeguata, fa nascere tanti “pseudoterapeuti” che potranno diventare nel tempo potenziali provocatori di danni iatrogeni.

M.T. Singer (1996) afferma che:
“Quello che ci troviamo di fronte oggi è un panorama di teorie e pratiche che, secondo i loro sostenitori, possono essere utilizzate per trattare con successo un’infinita varietà di sintomi e disturbi, teorie che vanno dallo pseudo-scientifico, al ridicolo e al palesemente inverosimile. Molti terapeuti, counselor e guaritori utilizzano…” .

Singer cerca di evidenziare l’importanza della conoscenza di teorie e metodologie corrette, onde poter fronteggiare in maniera autorevole e competente tutte quelle “pseudoterapie” non supportate da validazioni scientifiche.
Cosa non va in queste terapie?
La maggior parte si basa su miti e fantasie, non su riscontri scientifici che ne dimostrino l’efficacia

Molte terapie si basano su idee errate in merito alla memoria e alla possibilità di rievocare ricordi

In alcuni casi i pazienti vengono indotti a credere in principi religiosi o spirituali che vanno contro i loro valori

Molti pazienti anziché diventare persone più responsabili ed autonome verso se stesse, diventano ancora più sole e tormentate e saltellano da un tipo di terapia ad un’altra.

Numerosi pazienti vengono abusati, in molte forme diverse.

Queste terapie fanno perdere molto tempo e molti soldi a chi vi si sottopone

Molte persone dopo essersi sottoposte a tali terapie perdono la speranza e la fiducia verso i terapeuti “seri” e verso i professionisti dell’aiuto in genere (Perusia 2004).
Per tutti questi motivi: “Diffidare dalla imitazioni”!!!

"Psicologi, terapeuti e ciarlatani: diffidare delle imitazioni", tratto da Obiettivo Psicologia. Formazione, lavoro e aggiornamento per psicologi

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