Blog a cura della Dr.ssa ANNA GULLA' & Collaboratori

giovedì 30 dicembre 2010

DUBBI SULLA PROPRIA RELAZIONE: LEGITTIMI O OSSESSIONI? (II PARTE)

Credere nell’esistenza di un anima gemella può provocare nell’ossessivo la convinzione che la persona con cui si sta debba essere compatibile con lui in tutto e per tutto in ogni aspetto, differenze minime, che in qualunque altra storia potrebbero essere considerate come normali, diventano punti critici che causano liti.
Le persone con questa ossessione in genere sono più perfezioniste nella loro filosofia di vita che tutti gli altri pazienti affetti da doc. Questa tendenza al perfezionismo li porta a credere che la risposta ad alcune questioni basilari proverà definitivamente se il proprio partner è quello giusto.

Esempi di domande più comuni sono “lo amo?”, “è giusto per me?”, “e’ ragionevole pensare che potrei trovare un altro che vada bene come lui, ma che non lasci alzata la tazza del water?”.
La mente del paziente che soffre di doc cerca così disperatamente una risposta che è impossibile semplicemente mettersi a guardare il partner. Nello strenuo tentativo di trovare una ragione per restare insieme a qualcuno, la mente dell’ossessivo si comporta come una lente di ingrandimento di un microscopio potentissimo e la generale sensazione di soddisfazione viene sostituita dalla focalizzazione su dettagli minimi. D'altronde, i sentimenti di soddisfazione e di felicità normalmente vengono spontanei nel corso di un rapporto di amore, ma fino a quando non li si cerca attivamente, nello sforzo di avere una risposta definitiva.
L’affermazione del disperato bisogno di misurare l'intensità e il grado di impegno nella relazione può portare alla decisione di interrompere la propria relazione nel tentativo di interrompere l’infinita angoscia e le ruminazioni senza fine.
La tentazione costante di un ossessivo “circa la sua relazione sentimentale” è quella di andare a scoprire che pace proverebbe se lasciasse il suo partner. Generalmente queste persone pensano che le loro infinite ruminazioni significhino che c’è qualcosa che non va nella loro relazione.
Al contrario la maggior parte di queste storie è eccezionalmente sana. Questo spiega anche perché molti rimangono innamorati nonostante i dubbi del loro partner.
La scelta di sposarsi nonostante i dubbi è spesso fatta per porre la parola fine all’incertezza.
Il motivo è che si pensa che una volta sposati, l’assillante questione sarà chiusa definitivamente.
Sfortunatamente né il matrimonio né la separazione fanno finire la sofferenza.

L’affermazione “l’assenza accresce il desiderio” è più che mai appropriata in questi casi. Normalmente quando qualcuno sente l’urgenza di farla finita , la consapevolezza di quanto si ha perso ritorna ad oltranza.
Le persone con questa ossessione che hanno deciso, per liberarsene, di lasciarsi spesso ruminano chiedendosi se hanno fatto una scelta giusta. Tra l'altro, appena finita la storia sentimentale, la mente diventa molto selettiva e si concentra solo sui ricordi positivi, allontanando quelli negativi. Lo sconforto associato al bisogno di avere una risposta a riguardo è tremendo.

Quando si parla di doc l’intensità del dubbio è amplificata dal tormento. Persone che, seguendo la ragione, sono perfettamente conscie che la loro storia d’amore è veramente finita, possono ancora passare ore a rimuginare se è il caso di cercare di recuperarla o no. Quando è presente questa componente dell’ossessione, il naturale effetto curativo del tempo tende ad essere eliminato.
La giustificazione più comune usata dagli ossessivi per spiegare la fine di una relazione che di base era buona, è quella di aver provato un’assoluta mancanza di sentimenti di desiderio e amore sia quando erano che quando non erano col partner.
Non provando certe sensazioni, essi sono arrivati ad interpretare questa esperienza (ansia, depersonalizzazione, derealizzazione) come una sconfortante apatia e senso di vuoto.
Queste persone spesso provano a capire se stando con un altro provano qualcosa.

Essere coscienti del fatto che in tutte le relazioni, anche in quelle sane, prima o poi può accadere di trovare attraente qualcun altro è un importante base da cui partire.
Una ragione possibile per la diffusione di questa ossessione è la comune convinzione nella nostra società che uno si debba “sentire” innamorato.

Per il resto, consiglio di affidarsi all'intervento di uno psicologo competente in disturbi d'ansia ed ossessivo-compulsivi, e nei casi medio/gravi anche ad uno psichiatra.

LEGGI ANCHE:
DUBBI SULLA PROPRIA RELAZIONE: LEGITTIMI O OSSESSIONI? (I PARTE)

4 commenti:

paopasc ha detto...

Anche io sono "ossessionato" dal voler comprendere la fisiologia dietro la patologia. Infatti ritengo esservi, nell'ossessione o doc, un'accentuazione di un "Normale" stato psicologico. Ma questa non sarebbe nemmeno una grande scoperta. Occorrerebbe mettere in fila tutte queste presunte perle fisiologiche per trarne un meccanismo di funzionamento generale della nostra mente. L'estrema precisione dietro il comportamento del doc presuppone forse, come suggerivi, un'aumentata indagine e interrogazione del reale, tipo la ruminazione, che è una conseguenza dell'analisi sempre più microscopica e precisa della realtà. A questo riguardo, tempo fa, postavo un articolo che parlava dell'aspetto adattivo della ruminazione, in quel caso in riferimento a un certo grado di depressione, in conseguenza di una specie di "difesa" neurale contro l'utilizzo prolungato di certi circuiti cerebrali presente in alcuni soggetti, cosa che appunto favoriva caratteristiche indesiderate come la ruminazione.
Dall'altro lato, occorre tenere in debito conto la potenza di un approccio cognitivo, in cui sempre più si manifesti il duplice grado di libertà del linguaggio verbale attraverso la consapevolezza delle proprie esagerate pretese. Osservarsi mentre si agisce (o, in questo caso, si rumina)è un sistema potente di abbattimento affettivo legato ai fatti della nostra vita.
Bell'articolo.

Anna G. ha detto...

Bel commento.
Anche se io partirei dal presupposto di considerare entrambi (doc e ruminazione) come tentativi disadattivi di soluzione che la persona mette in atto per ridurre la propria sofferenza.
Più che un'accentuazione di un normale stato psicologico (che forse potrebbe valere nei casi lieve/moderati), vere e proprie espressioni psicopatologiche, che rendono impossibile, a chi ne soffre, riuscire ad elaborare soluzioni alternative/adattive per affrontare e superare il problema.
Essendo poi la ruminazione caratterizzata da uno stile di pensiero autofocalizzato, uno degli obiettivi principali che si propone l'approccio cognitivo nel trattamento della depressione (e non solo, visto che gli studi fin'ora condotti hanno dimostrato che la ruminazione non contribuisce solo al mantenimento della depressione, ma anche di altri disturbi, soprattutto quelli d'ansia), è la capacità di focalizzare l'attenzione su elementi esterni a sè.

paopasc ha detto...

Guarda che però l'autofocalizzazione è spessissimo anche in individui non ruminanti. Il problema degli autofocalizzatori è di usare il sistema cognitivo per esprimere questa caratteristica che direi generale (seppure in misura diversa in ognuno). Autofocalizzare significa esprimere la propria seità. Se non vi si riesce dal punto di vista fisico, con la presenza, l'assertività eccetera lo si fa con il linguaggio verbale. Ora, un problema dei verbalizzatori ansiosi o depressi è la loro tendenza a non manifestare in modo fisico l'autofocalizzazione. Ne segue che affrontano la questione solo in maniera soft, parlando solo con se stessi: meglio di niente, si dirà, ma come a volte succede, la cura che usa il corpo è in realtà una malattia.

Anna G. ha detto...

Condivido: la ruminazione è caratterizzata da uno stile di pensiero autofocalizzato, ma l'autofocalizzazione caratterizza anche individui non ruminanti. D'altronte non è un costrutto categoriale del tipo "o tutto o niente", ma un costrutto dimensionale che si distribuisce lungo un continuum che va dalla "normalità" alla patologia, nella popolazione generale.


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