Blog a cura della Dr.ssa ANNA GULLA' & Collaboratori

martedì 25 gennaio 2011

E' NATO PRIMA IL PENSIERO O IL LINGUAGGIO?


Il rapporto tra linguaggio e pensiero è uno dei tempi più ampiamente discussi.

Secondo l'APPROCCIO COMPORTAMENTISTA, il pensiero è linguaggio, ovvero un comportamento verbale interiorizzato. Il linguaggio è invece considerato un'attività motoria appresa con il condizionamento operante. Il bambino si impadronisce progressivamente di abilità linguistiche che vengono rafforzate dalle persone che lo circondano e smette man mano di utilizzare le espressioni che gli adulti non accettano.

Chomsky (1965), abbracciando i principi del paradigma innatista, criticò fortemente il modello comportamentista, che, basandosi sull'assunto che il bambino incrementa il suo repertorio verbale solo grazie ad un opportuno rinforzo differenziale da parte degli adulti, non rendeva ragione del fatto che il bambino sia in grado di produrre frasi che nessuno gli ha insegnato, e costruire e comprendere frasi mai udite prima. Chomsky postula pertanto l'esistenza di un Dispositivo per l'Acquisizione del Linguaggio (Language Acquisition Device, LAD) unico per l'uomo tra tutte le specie animali, radicata nella struttura biologica del sistema nervoso, da cui dipende la comprensione degli elementi comini a tutte le lingue (la grammatica universale) e l'acquisizione delle regole linguistiche proprie della cultura in cui si nasce.

In contrapposizione a quanto sostenuto da Chomsky i teorici dell'apprendimento sociale (Bruner, 1966) hanno sottolineato l'importanza che ha l'ambiente sociale nello sviluppo del linguaggio, e notato che quando si rivolgono ai bambini piccoli, gli adulti usano un linguaggio molto più semplice e chiaro di quando parlano con gli adulti (spesso definito “madrese”). Pur non escludendo l'esistenza del LAD ipotizzato da Chomsky, questa impostazione teorica sostiene che un ruolo altrettanto importante deve essere assolto dal LASS, ovvero dal Sistema si Supporto all'Acquisizione del Linguaggio, fornito dall'ambiente sociale.

Secondo Bruner il linguaggio offre agli individui degli strumenti per pensare elaborati dalla cultura della sua comunità linguistica. La sua concezione è strettamente legata alla linguistica generativo-trasformazionale di Chomsky, che distingue una struttura profonda (quella che non viene pronunciata, ma esiste nella mente di chi parla e di chi ascolta), comune a tutte le lingue, e una struttura superficiale (quella che viene pronunciata ed udita), ottenuta attraverso regole di trasformazione che differenziano le singole lingue dalla struttura profonda.

Secondo Chomsky per produrre una frase bisogna:

1.Formare una rappresentazione mentale del concetto che si vuole esprimere;

2.Applicare particolari regole grammaticali, dette regole generative, per creare la frase in forma di struttura profonda;

3.Utilizzare altre regole grammaticali, dette regole trasformazionali, per trasporre la frase dalla struttura profonda, in una dette tante possibili forme di struttura superficiale.

Per comprendere una frase pronunciata dagli altri, si segue il procedimento inverso.

L'altra ipotesi di Chomsky è che il comportamento linguistico è legato a due aspetti che vanno tra loro distinti: la competenza e l'esecuzione. La prima è definita come l'insieme di conoscenze che il parlante deve possedere per essere in grado di produrre e comprendere un numero potenzialmente infinito di frasi. La competenza si riflette nell'esecuzione che comprende, invece, le manifestazioni linguistiche reali del soggetto. Ma l'esecuzione non è determinata dalla sola competenza: è influenzata anche da parecchi fattori extralinguistici, come le limitazioni della memoria e i problemi di attenzione.

Alla metà degli anni '50 suscitò molto interesse la teoria di Whorf sul relativismo linguistico, secondo la quale il pensiero dipende dal linguaggio, in quanto persone che parlano lingue differenti, pensano anche in modo differente. Secondo Whorf è il linguaggio a formare le idee fondamentali dell'uomo. Conferme alla teoria della relatività linguistica provengono da studi su soggetti bilingui: sembrerebbe infatti che questi soggetti pensano in modo diverso, a seconda che usino l'una o l'altra lingua.

I rapporti tra pensiero e linguaggio sono stati anche all'origine di un importante dibattito che ha avuto come protagonisti Vygotskij e Piaget. Il primo vede il bambino come un piccolo apprendista, il secondo lo vede più come un piccolo scienziato che conduce esperimenti sul mondo per scoprirne la natura.

In un lavoro degli anni '30 Vygotskij sostiene l'ipotesi per cui, pur avendo un origine indipendente, linguaggio e pensiero si integrano in un processo di reciproco influenzamento, divenendo strutturalmente interdipendenti. Il linguaggio non serve solo a verbalizzare ciò che si pensa, bensì esercita una funzione regolatrice sul funzionamento del pensiero e del suo sviluppo. Inoltre, secondo Vygotskij, per lo sviluppo del linguaggio e del pensiero è necessaria l'interazione sociale, perché solo attraverso il supporto che il bambino riceve dagli adulti e dai coetanei riuscirà a sviluppare il suo potenziale di sviluppo.

Vygotskij condivise con Piaget l'idea che lo sviluppo cognitivo dipendeva dall'interazione con l'ambiente e dalle sue capacità di assimilare le esperienze. I due studiosi erano però in contrasto rispetto a quale fosse il tipo di ambiente responsabile dell'apprendimento: Piaget riteneva si trattasse dell'interazione con le proprietà fisiche degli oggetti, mentre Vygotskij riteneva si trattasse dell'ambiente sociale e delle rappresentazioni simboliche condivise nel gruppo culturale di appartenenza.

Vygotskij fondò il suo pensiero a partire dal fatto che ogni conquista evolutiva in relazione al linguaggio del bambino avveniva per prove ed errori nel proprio ambiente, e che il linguaggio si sviluppava per raggiungere l'intento comunicativo sin dal suo primo formarsi.

Un altro interessante aspetto della teoria dello psicologo russo riguarda l'idea che il potenziale per lo sviluppo cognitivo è limitato ad un tempo prefissato, che lui chiama Zona di Sviluppo Prossimale (Z.P.D.), definita come la differenza tra ciò che il bambino sa fare da solo e ciò che potrebbe fare se aiutato.

Per Vygotskij il linguaggio ha immediatamente una funzione sociale ed interpersonale; inseguito esso diventa strumento di pensiero nella forma silente del linguaggio interno, diverso dal linguaggio esterno per le sue caratteristiche sintattiche, perché essendo un linguaggio per sé è abbreviato, frammentato, ecc...

Un'altra distinzione fondamentale per caratterizzare ulteriormente il linguaggio interno è quella tra senso e significato di una parola: il significato è ciò che è condiviso dalla maggior parte dei parlanti: ciò che una parola significa attenendoci alla definizione data nel vocabolario. Il senso è invece il significato che la parola ha per il parlante, un significato che è noto a lui solo. Mentre nel linguaggio interno il senso domina sul significato, nel linguaggio esterno domina il significato, perché è necessario che questo sia noto e condiviso dagli interlocutori affinchè abbia luogo la comunicazione.

In antitesi con questa posizione, Piaget sostiene che lo sviluppo cognitivo proceda separatamente, sviluppandosi nell'interazione del bambino con gli oggetti e con le persone che lo circondano, senza che il linguaggio svolga alcuna funzione fondamentale. Il linguaggio riflette, piuttosto che determinare lo sviluppo cognitivo.

Attualmente gli studiosi tendono a considerare linguaggio e pensiero come funzioni tra loro strettamente correlate ed interdipendenti.

Questa conclusione, tuttavia, non rende meno validi gli studi e gli esperimenti condotti da Piaget, che hanno il merito di aver indagato ed approfondito i processi del pensiero infantile attribuendogli una propria originalità e struttura rispetto a quello adulto.

8 commenti:

paopasc ha detto...

Sarà problematico stabilire la precedenza tra pensiero e linguaggio mancando una definizione dei due termini che condivida i concetti di base.
In linea di principio tendo a distinguere il pensiero dal linguaggio che lo rappresenta per la minore presenza di limiti. Però questo non significa ritenere il pensiero come sempre preesistente al linguaggio. Il linguaggio è un'abitudine e come tale rappresenta a volte una risposta privilegiata. Il linguaggio è una manifestazione con dei limiti. Il pensiero ne possiede di meno. Tra i linguaggi, quello corporeo ha più limiti di quello verbale.
Se il linguaggio è una proiezione del pensiero retrostante (sia in umani che in animali) è anche vero, per quanto detto prima, che il linguaggio è privilegiato nella catena di risposte all'ambiente: un soggetto fornisce in prima istanza una risposta già pronta, prima di assemblarne un'altra (con il pensiero) per fornire una risposta più adeguata. Insomma il pensiero è un linguaggio con meno vincoli e il linguaggio è un pensiero più incatenato. ma perchè si accetta la doppia natura della luce (particellare e ondulatoria)e non si può accettare la doppia natura di quell'unità generale che è il pensiero-linguaggio?

Anna G. ha detto...

Forse perchè gli studiosi non sono ancora certi si stratti di un'unità generale, continuando a considerarle due funzioni, tra loro strettamente correlate, ma pur sempre due funzioni diverse.
So che la domanda a questo punto potrebbe essere. "SI!.. ma perchè??".. Potrei rispondere: per le loro differenze (alcune citate nell'articolo, una menzionata da te), o per il diverso ruolo che svolgono... Lascio agli esperti di psicolinguistica una risposta esaustiva in merito, che confido non si riduca, in un'ultima analisi, al dilemma "E' NATO PRIMA L'UOVO O LA GALLINA?"

Anonimo ha detto...

E' nato prima l'uovo perchè la gallina deriva da una mutazione genetica di una specie animale simile, ma ovviamente non uguale, avvenuta all'interno dell'uovo stesso durante il processo di formazione e sviluppo del pulcino.

Stefania ha detto...

Cosa ne pensate di questa ipotesi sul linguaggio: è possibile spiegare la tanto discussa differenza uomo donna ( uomini che non possono capire le donne e viceversa ) tanto dibattuta anche dai più frivoli rotocalchi, come (non soltanto ovviamente) la risultanza di due moduli espressivi diversi ( a loro volta radicati da un sistema culturale purtroppo monosessuato e marcato che ha associato particolari caratteristiche ai due sessi )? differenze su cui specialmente i linguisti americani hanno discusso? ( il famoso linguaggio femminile ).
Estendere la teoria del Relativismo linguistico proprio al pensiero delle donne:Che ne pensate? un linguaggio diverso produce modi differenti di vedere la realtà, di strutturare il pensiero...
Che ne pensate?

Jenny Diski ha detto...

stefania, sembra interessante, ma chi è che dice che uomo e donna non si comprendono?

A. G. ha detto...

Io penso che l'ipotesi di Stefania potrebbe essere fondata. E se non è necessariamente vero che uomini e donne non si comprendono, è vero che spesso pensano diversamente ed hanno dei modi differenti di vedere la realtà.

Sid Nunzella ha detto...

Qualcuno potrebbe dirmi la bibliografia di questo articolo?

A. G. ha detto...

Grey Peter (1997), Psicologia
Piaget (1923), The language and thought of te child
Bruner (1983), Child's talk: learning to use language
Vygotskji (1934), Thought and language


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