Blog a cura della Dr.ssa ANNA GULLA' & Collaboratori

giovedì 13 gennaio 2011

La stimolazione cognitiva negli anziani con demenza

E' diffusa l'opinione che l'invecchiamento si accompagni inesorabilmente alla perdita di numerose funzioni sia fisiche che mentali. Col trascorrere degli anni udito, vista, memoria, intelligenza, agilità, equilibrio e così via subirebbero un declino inevitabile. Secondo questa visione negativa della vecchiaia sono tuttora validi l'antico aforisma "senectus ipsa morbus" e la più recente, ed ugualmente insopportabile, immagine di Shakespeare secondo il quale sono numerosi i tributi che si devono pagare alla vecchiaia: "senza memoria, senza denti, senza occhi, senza tutto".

Il deterioramento delle capacità mentali - che una cultura obsoleta continua a considerare "naturale" - è in realtà causato, più spesso di quanto non si creda, oltre che da numerose malattie, alcune delle quali curabili, dall'abbandono, dall'emarginazione sociale, dalla perdita di relazioni affettive, nonché dalla carenza di esercizio mentale e fisico. La ricerca scientifica sempre più spesso documenta come molte delle perdite attribuite alla macina del tempo sono provocate da un cattivo stile di vita, da abitudini alimentari errate e dallo scarso esercizio. Va sottolineato fin da ora che la grande maggioranza delle persone anziane - oltre i 65 anni - conserva un cervello in grado di funzionare in modo corretto.
I disturbi della memoria rappresentano uno dei motivi che più frequentemente inducono l'anziano a rivolgersi ad uno specialista. Tuttavia spesso ciò avviene solo quando la smemoratezza è tale da interferire pesantemente con la possibilità di una vita autonoma; in questo caso, abitualmente, il paziente non è consapevole delle proprie disabilità e sono i familiari a richiedere l'aiuto di un esperto. E' ancora troppo diffusa, infatti, la convinzione che l'età comporti, inesorabilmente, una riduzione più o meno evidente della memoria; è così che disturbi lievi, ritenuti, erroneamente, inevitabili ed incurabili, vengono spesso trascurati; e invece l'efficacia di un intervento terapeutico, e quindi la possibilità di ottenere una guarigione o comunque un controllo adeguato, è condizionata dalla tempestività con la quale si riconosce una malattia. Anche nel caso delle demenze vale questa regola.
Perché, purtroppo, a volte succede che il cervello di una persona di 65, 70 od 80 anni si ammali davvero di una cosa chiamata demenza. Con il termine di demenza si indica una malattia del cervello che comporta la compromissione delle facoltà mentali (quali la memoria, il ragionamento, il linguaggio), tale da pregiudicare la possibilità di una vita autonoma.
La demenza è una sindrome, ossia un insieme di sintomi, che può essere provocata da un lungo elenco di malattie, alcune molto frequenti, altre rare. La malattia di Alzheimer, che tutto il mondo conosce, non è altro che uno tra i vari tipi di demenza che esistono e, purtroppo, al giorno d’oggi è ancora non curabile. Non esistono, infatti, farmaci capaci di arrestare la progressione della malattia o di curare il cervello dai danni strutturali che essa porta con sé; ci sono però delle possibilità e delle strategie terapeutiche per evitare che la patologia si diffonda troppo rapidamente, in grado di rallentare il decadimento cognitivo e funzionale di chi ne è affetto, migliorando la qualità di vita del malato e di chi lo assiste: esistono infatti le cosiddette tecniche di stimolazione e riattivazione cognitiva, che, se applicate correttamente da uno psicologo formato nel settore, sono efficaci almeno quanto i farmaci attualmente in commercio per rallentare il decadimento cognitivo e sono, inoltre, scevre da qualsiasi effetto collaterale generalmente ascrivibile alle medicine.
E’ possibile, dunque, per lo psicologo, lavorare con l’anziano affetto da deterioramento cognitivo ed aprirsi una nuova strada in un campo che si sta spalancando proprio in questi ultimi anni, a seguito del progressivo invecchiamento della popolazione ed all’aumento delle malattie età-associate?
La risposta è sicuramente sì.
La demenza si caratterizza per essere una patologia cronica e progressiva, cioè che permane nel tempo e tende gradualmente ad aggravarsi fino a privare la persona di gran parte delle sue facoltà mentali. Parlando di demenza, il termine riabilitazione può non sembrare il più indicato se, con esso, intendiamo letteralmente quelle procedure terapeutiche che permettono di abilitare, anche parzialmente, una persona ad una funzione temporaneamente compromessa. Nel nostro caso, purtroppo, sappiamo bene che il deterioramento è inesorabile e la ri-abilitazione, in senso stretto, non costituisce un obbiettivo realistico.
Cosa intendiamo quindi per stimolazione cognitiva?
Proviamo a definirla partendo da quelli che riteniamo essere i suoi obiettivi principali.

1. Favorire l’utilizzo ed il mantenimento temporaneo delle funzioni residue.
Il deterioramento cognitivo non si presenta in tutti i soggetti con le stesse caratteristiche e con lo stesso livello di gravità. I soggetti si differenziano per un diverso grado e qualità di capacità ancora presenti. Fare stimolazione vuole dire anzitutto conoscere il livello di funzionamento complessivo e specifico e modulare la proposta di attività in modo da promuovere l’utilizzo delle capacità ancora sufficientemente conservate. La stimolazione cognitiva è quindi un’attività altamente strutturata, da non confondere con qualsiasi tipo di proposta ludico-ricreativa. La differenza fra un intervento naif ed una buona stimolazione non consiste principalmente nelle singole attività proposte, ma nel carattere orientato, individualizzato e specifico delle esercitazioni.
2. Promuovere esperienze gratificanti che sostengano l’autostima e l’immagine personale.
Perché qualsiasi tipo di proposta possa essere accolta e realizzata dall’anziano affetto da demenza, questa deve proporsi in modo adeguato agli interessi e alle capacità di socializzazione della persona. In modo particolare, è importante che le attività permettano una sana autostima e promuovano il mantenimento di una buona immagine personale. Attività realizzate attraverso materiale infantilizzante possono, ad esempio, essere vissute come umilianti e di conseguenza venire rifiutate.
La Stimolazione Cognitiva si configura quindi, come un intervento strategicamente orientato al benessere complessivo della persona in modo da incrementarne il coinvolgimento in compiti finalizzati alla riattivazione delle competenze residue ed al rallentamento della perdita funzionale dovuta alla patologia.
Alla iniziale diffidenza del mondo scientifico per i trattamenti non farmacologici delle demenze si sta sostituendo, negli ultimi anni, un interesse crescente dovuto a due ordini di motivazioni. Innanzi tutto, i limiti dell’efficacia farmacologia impongono un approccio clinico multicomponenziale che abbia al centro non la guarigione (impossibile) del paziente, ma la cura (intesa come prendersi cura) della qualità di vita complessiva. In secondo luogo l’evoluzione delle neuroscienze non ha fatto che incrementare i dati a sostegno del carattere plastico ed adattabile del sistema nervoso alle modificazioni interne ed esterne, comprese quelle dovute ad eventi traumatici o patologici. Per neuroplasticità si intende infatti la capacità del cervello di modificare la propria organizzazione strutturale ed il proprio funzionamento per adattarsi a nuove richieste.
Mantenere cognitivamente impegnate le persone affette da deterioramento cognitivo facilita la permanenza temporanea di questa sorta di plasticità o riserva cerebrale. Anche le persone con demenza sono ancora in grado di apprendere, consolidare o formare nuovi collegamenti mentali, seppure in modo meno efficiente. Naturalmente questo processo non è in grado di compensare la degenerazione determinata dalla patologia, ma la contrasta consentendo il temporaneo mantenimento di alcune autonomie funzionali.
Alcune indicazioni utili per uno psicologo che desideri dedicarsi a questo delicato settore della salute e del benessere mentale sono le seguenti:
  • Scegliere le attività in modo da assecondare predisposizioni, attitudini, gusti e passioni della persona. Per far questo è utile confrontarsi con la famiglia in modo da conoscere più a fondo gli interessi passati dell’anziano.
  • Non avere fretta ma calibrare il ritmo con cui si propongono le attività al tempo di elaborazione richiesto dal malato. E’ solitamente consigliabile scegliere bene poche cose da fare con molta calma.
  • Non forzare la persona ad adeguarsi alle richieste, ma cercare il momento ed il modo più giusto per agganciarlo nelle attività proposte.
  • Non preoccuparsi di fare bene il compito. L’obiettivo non è quello di ottenere una prestazione elevata, ma di coinvolgere la persona.
  • Non protrarre lungamente le attività poiché le risorse di attenzione delle persone con demenza sono limitate e potrebbero stancarsi rapidamente.
  • Rinforzare positivamente gli sforzi compiuti elogiando sempre ogni atto che manifesti il tentativo di coinvolgersi nelle attività proposte e di esprimere le proprie risorse. Non rimarcare mai gli eventuali errori.
Dobbiamo provare ad immaginare il mondo mentale di una persona affetta da demenza, una persona spesso confusa, immersa in un mondo di immagini, sensazioni, oggetti e parole che perdono densità e coerenza. I punti di riferimento sembrano annebbiarsi, le cose non hanno più il significato preciso di un tempo. La barca della vita sembra a tratti immobile in mezzo ad un mare sconfinato. Che cosa capita attorno? Le percezioni confuse non appartengono più al mondo delle rappresentazioni complesse, ma al regno delle apparenze, evocatrici di fantasmi, risonanze, fantasie.
Lavorare con una persona affetta da demenza vuole dire imparare ad avvicinare questo mondo, sforzarsi, spesso faticosamente, di interpretare le ombre, di capire ciò che non è comprensibile con la sola ragione, ma con il cuore e la fantasia.
Significa, in una frase, imparare a comunicare in una maniera nuova. E la parola, intesa come comunicazione, è lo strumento principe di ogni psicologo.

La stimolazione cognitiva nell'anziano affetto da demenza: si può fare!!!", tratto da Obiettivo Psicologia. Formazione, lavoro e aggiornamento per psicologi

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