Blog a cura della Dr.ssa ANNA GULLA' & Collaboratori

giovedì 10 febbraio 2011

Le influenze sociali sulla delinquenza minorile

Con il paradigma sociologico lo studio della devianza e della criminalità sposta il suo interesse dall’individuo con il suo corpo, le sue patologie, la sua personalità, il suo ambiente familiare, alla struttura sociale con le sue caratteristiche, al rapporto individuo-società, alle norme, alla reazione della società ai comportamenti dell’ individuo, cercando di cogliere le caratteristiche del sistema sociale collegate al fenomeno della devianza e cercando di capire in che modo si verifica questa relazione.

Un contributo basilare per la letteratura criminologia è senza dubbio quello di E.Durkheim secondo cui il crimine è un fatto sociale che sta al di fuori della coscienza degli individui e appartiene alla dimensione della società.
Esso consente di rinforzare i confini normativi tra ciò che è lecito e ciò che è illecito e, in più, svolge importanti funzioni coesive, morali e di integrazione sociale, non solo rispetto al presente ma anche rispetto alla storia, al futuro.
Un contributo che rimane ancora oggi fra i più conosciuti e utilizzati riguarda tutte quelle correnti che si sono sviluppate soprattutto negli Stati Uniti e che rappresentano i capitoli più voluminosi anche della criminologia moderna: lo struttural-funzionalismo: Parsons, ad esempio, propone un’ idea della società come insieme di parti integrate in cui il presupposto principale è l’equilibrio, la stabilità, la necessità del consenso, raggiunti attraverso un processo di socializzazione che è un processo di apprendimento dei ruoli normativamente “adeguati”.
Questa visione della società come sistema integrato di ruoli e istituzioni suggerisce l’idea che la devianza, la criminalità sono, in realtà, un problema legato a un difetto del processo di socializzazione.

Concetto questo non provato scientificamente, anche perché può essere spesso dimostrato il contrario, nel senso che ci possono essere ragazzi con adeguati processi di socializzazione che mettono in atto comportamenti devianti, anche se non gravissimi e non continui.
Un’altra ipotesi per le spiegazioni della devianza minorile è quella offerta da Sutheerland secondo cui la criminalità e la devianza sono il risultato di un comportamento appreso attraverso processi di interazione, di comunicazione con individui o gruppi favorevoli al crimine, che attribuiscono significati positivi ad azioni criminali.

E coinvolge non solo alcune fasce di popolazione bensì anche persone “normali” e/o rispettabili (i crimini dei colletti bianchi).
Un paradigma criminologico che modifica completamente e in forma irreversibile il modo di spiegare la criminalità è l’interazionismo simbolico: Lemert propone una distinzione tra devianza primaria e secondaria per segnalare le diverse conseguenze e i diversi effetti dell’intervento selettivo della società sulla fenomenologia deviante.

La devianza primaria riguarda tutti quei comportamenti che, anche se infrangono le norme, vengono riassorbiti, “normalizzati”, dalla società senza subire una definizione, un’etichetta deviante, una stigmatizzazione.
Essa presenta quindi «implicazioni soltanto marginali per la struttura psichica dell’ individuo, non dà luogo a una riorganizzazione simbolica a livello degli atteggiamenti nei riguardi del Sé e dei ruoli sociali» (Lemert, 1981, p.65).

Il soggetto riesce a trovare delle giustificazioni per il suo comportamento, senza per questo sentirsi cambiato; egli, cioè, non ha ancora assunto, né gli è stato ancora assegnato uno stabile ruolo deviante.
«La devianza secondaria consiste invece nel comportamento deviante o nei ruoli sociali basati su di esso, che diviene mezzo di difesa, di attacco, o di adattamento nei confronti dei problemi, manifesti o non manifesti, creati dalla reazione della società alla devianza primaria» (Lemert, 1981, pp 65-6).

A questo punto il soggetto deve riorganizzare e ricostruire la sua identità psicosociale, il suo Sé in base al ruolo deviante che ormai gli è stato attribuito e in cui, ora, anche egli si riconosce.
Non è soltanto, dunque, la società che produce devianza ma un’interazione tra caratteristiche psicosociali dell’azione e del suo autore e l’effetto sociopsicologico della reazione sociale, intesa sia nella dimensione simbolica che istituzionale.

Un altro contributo di Lemert è quello relativo alle “devianze autolesionistiche”, cioè a tutte quelle forme di devianza (come l’alcolismo, la tossicodipendenza,ecc.) che apparentemente sembrano non recare alcun beneficio, alcun vantaggio alla persona interessata ma, in realtà, possono apportare effetti positivi di tipo psicologico, relazionale.
Per esempio, «essere inviato in un istituto per ragazzi delinquenti è degradante e costituisce una minaccia per il proprio futuro, ma nello stesso tempo può rappresentare una strada per sfuggire a un’intollerabile situazione familiare che è ancora più degradante» (Lemert, 1981, p.105).
Proprie di Matza, sono, in conclusione, le «tecniche di neutralizzazione», cioè giustificazioni, razionalizzazioni delle proprie azioni devianti che permettono al soggetto di rendere più accettabile il suo comportamento e di poter, quindi, continuare a far parte del sistema di valori dominante.
Le principali sono:
il diniego della responsabilità ( «sono malato»);

la minimizzazione del torto inflitto («loro possono permetterselo»);

la negazione da parte della vittima («non abbiamo colpito nessuno», «se lo sono voluto loro »);

la condanna dei giudici («non c’è più giustizia », «ognuno ha la sua droga»);

l’appello a più alti ideali («non l’ho fatto per me », «non potevo tirarmi indietro»).
Secondo Matza, il suo giovane arriva alla delinquenza attraverso l’apprendimento di queste tecniche e non tanto attraverso l’ apprendimento di valori opposti a quelli del sistema normativo dominante.

Perché «l’adolescente non è portato ad un rifiuto della morale corrente; piuttosto neutralizza il vincolo normativo dell’ordine legale della società, allargando l’ambito delle giustificazioni della devianza, spesso implicita o negli stessi valori sociali o nelle argomentazioni legali fatte a proposito dell’ innocenza (Taylor, Walton, Young, 1975, p.278)».

Egli giustifica cognitivamente la propria devianza («l’ho fatto perché stavo male»; «per aiutare un mio amico»; «per portare i soldi alla mia famiglia» ecc…).

Ma queste giustificazioni sono aspetti culturali, sono argomentazioni e valori sociali che fanno parte della nostra vita, sono “scuse” che tutti noi usiamo quotidianamente, che i ragazzi stessi quindi apprendono dalla cultura di cui fanno parte. Non è una loro invenzione!

BIBLIOGRAFIA
DE LEO G., La devianza minorile. Metodi tradizionali e nuovi modelli di trattamento, La Nuova Italia Scientifica, Roma 1995.

MANGANO A., Minori nel circuito penale. La prevenzione educativa, Piero Lacaita Editore, Roma.

VITALE C., CIAGLIA A., CRISCITIELLO G., MURRO S., RECCHIA G., Minori educazione e giustizia, Edisud, Salerno, 1999.



"Le influenze sociali sulla delinquenza minorile", tratto da Obiettivo Psicologia. Formazione, lavoro e aggiornamento per psicologi


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