Blog a cura della Dr.ssa ANNA GULLA' & Collaboratori

giovedì 10 febbraio 2011

Quale posto occupa l'ambiente familiare nella devianza minorile?

Nella letteratura criminologica minorile l’ambiente familiare occupa un posto di notevole considerazione e interesse, data la grande importanza e influenza che la famiglia esercita nello sviluppo del soggetto e nella formazione della sua personalità. Una delle principali aree d’indagine in questo campo riguarda la carenza e/o l’ assenza di cure materne nella prima infanzia, aspetto considerato spesso determinante nella genesi di atteggiamenti e comportamenti delinquenziali.
Questa tesi è stata sostenuta soprattutto da psicanalisti che hanno frequentemente sottolineato l’ importanza della figura materna, della sua presenza stabile e del suo affetto costante; l’ importanza cioè di una “buona madre” come base indispensabile per l’ integrazione dell’Io, per la formazione dell’ identità, per la capacità di tollerare le frustrazioni, per il costituirsi di quella “fiducia di base” di cui parla Erikson, essenziale per un positivo sviluppo psicosociale.
Bowlby (1967;1975) in particolare ha studiato gli effetti delle carenze materne su gruppi di giovani delinquenti e non, trovando una forte differenza fra i due gruppi in rapporto alla separazione precoce e prolungata dalla madre, o dalla figura materna, nei primi 4-5 anni di vita. Nel gruppo delinquenziale c’era il 40% dei soggetti con questo tipo di carenze, nel gruppo di controllo invece solo il 5%.

Tra le principali critiche rivolte al lavoro di Bowlby c’è quella di Andry (1966) che, oltre ad aver messo in evidenza l’eccessiva importanza data dall’autore alla deprivazione materna, trascurando invece completamente quella paterna, ha anche sottolineato la necessità di distinguere tra separazione fisica e psicologica dalla madre.
Ciò che si mette in discussione non è l’esistenza della carenza/assenza di cure materne ma il legame lineare, necessario tra essa e la delinquenza minorile e i disturbi gravi del comportamento o la personalità psicopatica. Certamente è una questione interessante e rilevante sul piano clinico, magari in alcuni casi si possono riscontrare situazioni di questo genere, ma in molti altri casi, partendo dallo stesso tipo di carenze, si nota come le alternative e le soluzioni siano varie e differenziate.
È stato anche studiato il problema della qualità delle cure materne, con la madre presente. Gli studi in questa direzione avrebbero individuato una connessione fra madri possessive, assenti, crudeli e figli delinquenti; ugualmente per le madri con amore nevrotico o ansioso. Si tratta comunque di categorie complesse, abbastanza discutibili, poco chiare. Anche in questo caso la loro validità ha più una rilevanza clinica piuttosto che di tipo esplicativo, euristico; sono aspetti utili per individuare elementi rilevanti nella vita del soggetto, per farne poi un uso diverso da quello che deriva da una logica deterministica.
Un capitolo che si è affacciato più recentemente nella letteratura criminologica minorile riguarda la privazione paterna. Questo aspetto è stato per lungo tempo trascurato dagli studiosi che hanno sempre dedicato un’attenzione privilegiata alla relazione madre-bambino; non vi è dubbio che oggi assistiamo ad una rivalutazione del ruolo paterno, sia perché il padre rappresenta un modello di identificazione importante sul piano normativo, una figura collegata ad esigenze e funzioni sociali ma, soprattutto, perché, fin dai primi giorni di vita, l’atteggiamento del padre esercita un’influenza rilevante sul rapporto madre-bambino e sulla dinamica familiare in genere.
Le ricerche in questo campo hanno evidenziato che la separazione dal padre non può essere considerata un fattore eziologico elettivo della delinquenza minorile, non esiste cioè un nesso lineare che isola la carenza paterna e ne fa una causa autonoma rispetto al comportamento deviante. L’importante è però il fatto di aver rotto quell’attenzione privilegiata che era sempre stata assegnata al ruolo e alla funzione materna.
Più rilevante da un punto di vista criminologico, non è tanto il problema della privazione paterna, quanto piuttosto quello dei rapporti perturbati, disturbati o inesistenti in presenza della figura paterna. I coniugi Glueck (1968), per esempio, hanno notato che l’affetto del figlio per il padre, la qualità del loro legame, rappresenterebbero il fattore complessivo che più discrimina i ragazzi delinquenti da quelli non delinquenti. Mentre in quest’ultimo gruppo, nella loro famosa ricerca, per l’80% veniva individuato un legame affettivamente valido (in termini relazionali e di comunicazione), soltanto nel 40% della popolazione delinquenziale veniva trovato un rapporto valido.
Da un punto di vista statistico e casistico si nota che tra i giovani delinquenti esiste più frequentemente un rapporto affettivamente molto intenso con la madre, spesso invischiante, anche confusivo e contemporaneamente si osserva un’assenza, una perifericità della figura paterna, o un sentimento da parte del ragazzo di essere respinto, di non essere accettato dal padre. Per il fatto che, come si accennava precedentemente, il padre ancora oggi rappresenta il modello normativo per la coscienza etico-sociale, la rottura del rapporto ragazzo-padre mette in crisi questo modello di identificazione e per molti autori questo fattore sarebbe alla base di comportamenti devianti e della ripetitività deviante.
C’è poi una vastissima letteratura che affronta il problema del rapporto fra particolari tipi di disfunzioni familiari, di disorganizzazioni, di carenze familiari e la criminalità, la delinquenza.

Sono stati studiati vari aspetti del problema dell’attaccamento, della qualità dell’attaccamento fra bambino e genitori, del tipo di disgregazione esistente in una famiglia, degli stili di educazione, di punizione ecc. Tutti questi aspetti sono stati messi in rapporto con esiti devianti per vedere quanto incidessero rispetto a esiti non devianti.Riguardo, per esempio, l’atteggiamento dei genitori verso i loro figli e i rapporti affettivi in genere all’interno della famiglia, sono stati individuati vari aspetti particolarmente rilevanti e significativi come il rifiuto affettivo o la trascuratezza da parte dei genitori, la cui incidenza sarebbe stata ancora più forte della loro assenza o separazione. Si è parlato poi di privazioni emozionali precoci, di mancanza d’affetto, di percezione e consapevolezza da parte del bambino di essere poco considerato e amato, tutti aspetti facilmente correlati con aggressività, disadattamento, indifferenza affettiva, antisocialità ecc. (Bandini, Gatti, 1987).
Un altro fattore che ha suscitato un certo interesse è quello della separazione dei genitori, aspetto studiato soprattutto per quanto concerne la differenza tra divorzio legale ed emotivo, dove per divorzio emotivo si intende una situazione di convivenza in cui c’è una spaccatura, una frattura emotiva in atto. E’ stato notato che non è tanto il divorzio legale a essere collegato con disadattamenti, disagi, devianze, quanto il divorzio emotivo in cui c’è un conflitto che viene occultato e può essere alla base di una serie di atteggiamenti incongrui, confusivi e disorientanti.
Il divorzio, non a caso, è un momento di grande sconvolgimento per genitori e figli; una esperienza che produce stress, deterioramento delle relazioni e sentimenti di offesa, rabbia, tristezza, solitudine che non si possono annullare ma solo gestire.

Sostenere la coppia in tale processo di gestione dei conflitti, riattivazione dell’attività comunicativa e ridefinizione della propria condizione di divorziati, è lo scopo primario della mediazione familiare.
Un altro tema che è stato considerato eziologicamente determinante nella delinquenza minorile riguarda la disgregazione familiare (broken home). I coniugi Glueck (1968), in particolare, hanno affrontato questo argomento mettendo in evidenza come la stabilità della famiglia fosse il fattore più importante per un sano e positivo sviluppo del bambino. Dalle loro ricerche è risultato che nelle famiglie dei delinquenti la percentuale di broken home era doppia rispetto alle famiglie dei non delinquenti.

Il concetto di disgregazione della famiglia oggi non è più adeguato per affrontare l’estrema complessità e differenziazione delle tematiche familiari.
Attualmente infatti non si affronta più il problema della famiglia dando per scontato un modello standard, costante, normativo: due genitori, i figli e i parenti (nonni, zii, ecc). I processi di innovazione sociale propongono infatti una pluralità di modelli familiari, complessi, eterogenei e tra loro differenziati. Attualmente la famiglia, nel suo cambiare, sta inventando nuove forme di convivenza che non possono essere assunte fin dall’inizio come patologiche, disfunzionali ma vanno considerate come sistemi familiari in cui le persone sperimentano nuovi modi di vivere in qualche caso con difficoltà molto gravi, in altri casi senza particolari problemi, in altri casi ancora riuscendo addirittura a ricostruire un equilibrio migliore rispetto alla famiglia precedente.

Non disordine quindi ma complessità in cui gli elementi si correlano in strutture eterogenee e complesse, ma non per questo patologiche, né tantomeno patogene […].
Mentre, insomma, prima si esaminavano singole componenti della dinamica familiare (carenza materna, stili educativi, coesione della famiglia, ecc) e si analizzava il rapporto fra ognuna di queste componenti e il comportamento deviante, o fra più di queste componenti e il comportamento deviante, attualmente si preferisce vedere la combinazione sistemica di questi elementi. Perché è proprio questa che ci permette di individuare il significato e la funzione di quel comportamento deviante in quel contesto familiare.

BIBLIOGRAFIA:
DE CATALDO NEUBURGER L. (a cura di), Nel segno del minore. Psicologia e diritto nel nuovo processo minorile, Cedam Casa Editrice Dott. Antonio Dilani, Padova 1990.
DE LEO G., La devianza minorile. Metodi tradizionali e nuovi modelli di trattamento, La Nuova Italia Scientifica, Roma 1995.
VITALE C., CIAGLIA A., CRISCITIELLO G., MURRO S., RECCHIA G., Minori educazione e giustizia, Edisud, Salerno, 1999.

"Le ricerche su famiglia e delinquenza minorile", tratto da Obiettivo Psicologia. Formazione, lavoro e aggiornamento per psicologi

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