Blog a cura della Dr.ssa ANNA GULLA' & Collaboratori

giovedì 10 marzo 2011

Caratteristiche cliniche dell'alessitimia

Il termine “alessitimia” deriva dal greco (a = mancanza; léxis = parola; thymós = emozione), letteralmente “mancanza di parole per le emozioni”. Venne coniato da Sifneos nel 1973 per indicare una costellazione di caratteristiche cognitive, comportamentali e fisiologiche; infatti molti pazienti affetti da disturbi psico-somatici classici presentavano una marcata difficoltà ad esprimere i propri sentimenti soggettivi, uno stile comunicativo caratterizzato da una estrema attenzione per i più piccoli dettagli degli eventi esterni e da assenza o forte riduzione di fantasie.

Secondo Sifneos (1977) le caratteristiche cliniche centrali del costrutto di alessitimia vedevano:

1. Difficoltà di identificare e descrivere le emozioni.
I soggetti alessitimici manifestano una marcata difficoltà a verbalizzare i propri stati emotivi e, ad un’indagine più approfondita, sembrano non averne affatto consapevolezza. Possono anche mostrare scoppi improvvisi di emozioni intense (come rabbia, paura o pianto) ma non riescono a collegare la manifestazione emozionale con ricordi, fantasie o specifiche situazioni. E’ così possibile che un paziente alessitimico descriva tutto ciò che è successo in una lite con il coniuge, dalle situazioni che l’hanno scatenata alle parole dette, e poi meravigliarsi se l’osservatore gli dice che probabilmente ha provato rabbia.

2. Difficoltà di distinguere fra stati emotivi soggettivi e le componenti somatiche dell’attivazione emotiva.
I soggetti alessitimici esprimono le proprie emozioni preminentemente attraverso la componente fisiologica perché incapaci di elaborarne l’aspetto soggettivo vissuto. Ritornando all’esempio precedente, il soggetto riferisce le modificazioni somatiche avvertite (irrequietezza motoria, tensione muscolare, pirosi gastrica, tremori, ecc.) ma non comprende che l’esperienza della rabbia ingloba in sé tutte le sensazioni riferite. Tale modalità viene considerata dalla psicoanalisi una difesa massiva contro un’angoscia di natura psicotica, per cui la distanza posta fra affetto e rappresentazione denota la distruzione del legame di significato fornito dalle parole e da ciò che esse simbolizzano. Dal punto di vista cognitivistico, è stata concettualizzata come attenzione selettiva ed amplificazione delle componenti somatiche delle emozioni e come predisposizione all’agire motorio per scaricare una spiacevole tensione interna. In questo modo si spiega il motivo per cui i soggetti alessitimici sviluppano ipocondria, disturbi di somatizzazione (Lopez Ibor, 1972; Blumer e Heilbronn, 1987) e comportamenti compulsivi, come abbuffate alimentari e anoressia nervosa (Bruch, 1973), abuso di sostanze psicoattive (Krystal, Raskin, 1970; Wurmser, 1974; Krystal, 1982).

3. Povertà dei processi immaginativi.
La povertà di immaginazione e delle funzioni ad essa connesse è facilmente osservabile nell’attività onirica dei soggetti alessitimici (Taylor, Bagby, Parker, 1997). Essi non sognano quasi mai e i loro sogni sono comunque caratterizzati dal fatto di riprodurre pezzi di vita reale, avvenimenti diurni, eventi della vita lavorativa. Allo stesso modo, i sogni ad occhi aperti sono quantitativamente scarsi e qualitativamente poveri perché queste persone si soffermano su eventi accaduti o su preoccupazioni per il futuro. Il colloquio con loro è duro, noioso, frammentario, rigidamente circoscritto a sintomi, esami medici o eventi accaduti. Fisicamente appaiono rigidi nella postura corporea e nella mimica facciale (Marty, de M’uzan, 1963).

4. Stile cognitivo orientato verso la realtà esterna.
I soggetti alessitimici sono elettivamente concentrati su tutto ciò che è esterno alla vita psichica (Todarello, Porcelli, 2002). Sul piano cognitivo, questo stile si manifesta attraverso un pensiero razionale che tende a illustrare azioni ed esperienze senza investimenti affettivi, come se l’individuo fosse spettatore più che attore delle propria vita. L’attenzione è concentrata sui dettagli della realtà fattuale, di cui riescono a descrivere i dettagli anche minuziosamente ma senza mai dare la sensazione all’osservatore che vi stiano partecipando emotivamente (Krystal, 1988; Newirth, 2003).

5. Conformismo sociale.
I soggetti alessitimici mostrano una stretta aderenza alle regole sociali di adattamento, per cui sembrano definiti dall'esterno in termini di identità di ruolo. Al contrario, mancano delle qualità soggettive di interpretazione della propria identità ed evidenziano scarsa capacità di sintonizzazione con le emozioni altrui, mostrando marcate difficoltà a formare e conservare nel tempo relazioni interpersonali intime (Krystal, 1979).

Quindi i soggetti alessitimici hanno caratteristiche al confine fra più sindromi psicopatologiche (disturbi depressivi, ossessivo-compulsivi, personalità dipendente), differenziandosene per la peculiarità del disturbo cognitivo di elaborazione delle emozioni, o meglio della componente psicologica degli affetti, a fronte di un eccesso di espressività della componente fisiologica.
Testimone del crescente interesse per il costrutto è la XI Conferenza Europea sulle Ricerche Psicosomatiche svoltosi ad Heidelberg nel 1976 su questo tema. Il simposio si è concluso auspicando una definizione più precisa del costrutto dell’alessitimia. L’interesse è motivato perché il costrutto rappresenta un significativo arricchimento della letteratura sulle emozioni, ma anche perché permette di interpretare sotto il profilo clinico e psicodinamico reiterati insuccessi terapeutici o falle e blocchi che si verificano nel processo terapeutico dovuti proprio alla mancanza di descrizioni degli stati d’animo interni. Secondo McDougall (1982) nelle persone alessitimiche gli affetti non sono più segnali, veicoli di un contenuto atto a comunicare con se stessi e l’altro; esse vivono in un vuoto affettivo che non riconoscono né riescono a descrivere. Inoltre l’osservazione ha messo in risalto la significatività delle vicissitudini affettive precoci con specifici pattern di attaccamento; Marty e de M’uzan (1963), per esempio, ipotizzarono che il funzionamento alessitimico potesse emergere in seguito ad esperienze traumatiche precoci che hanno fatto vivere la sensazione di una minaccia imminente per l’identità e l’integrità dell’Io. Di conseguenza questi soggetti hanno dovuto innalzare un sistema di difesa precoce e solidissimo per prevenire la possibilità di un ritorno dell’affetto vissuto come traumatico e portatore di annichilimento. Il dato più significativo nel loro funzionamento è il tipo di relazione che instaurano con gli altri perché sembrano “emozionalmente non esserci”. Gli affetti sono fenomeni psicobiologici.
Come hanno indicato Sifneos, Apfel-Savitz e Frankel (1977) nell’introdurre il concetto di alessitimia, le emozioni (emotions) costitiscono la componente biologica degli affetti mentre i sentimenti (feelings) quella psicologica che riguarda la consapevolezza soggettiva delle emozioni, insieme alle immagini, alle fantasie e ai pensieri ad esse associati. Questa distinzione è coerente con le idee dei neuroscienziati contemporanei i quali dimostrano che la maggior parte dell’elaborazione emotiva avviene al di fuori della consapevolezza cosciente. Come afferma LeDouxe (1996), “i sentimenti emotivi risultano dal fatto che diventiamo coscienti dell’attività di un sistema cerebrale emotivo…” (p. 312). Di conseguenza, attraverso i sentimenti, le persone sanno ciò che sta accadendo emotivamente dentro di loro. L’elaborazione cognitiva delle emozioni, inoltre, facilita le strategie che regolano gli stati di attivazione emozionale e consente l’uso degli affetti per regolare anche gli altri aspetti del Sé.
Così, alla luce della distinzione tra emozioni e sentimenti, quella troppo generica e circoscritta regolazione emozionale può essere utilmente ripensata come una più specifica e trasversale competenza emotiva, che, influenzando indistintamente tutte le attività personali e professionali, assume il significato e il valore di una vera e propria “competenza delle competenze” (Catalano, Blandi e Miragliotta, 2007; p. 64). Essa si esplica nella capacità non soltanto di riconoscere e di gestire le emozioni che già esistono, ma anche di generare e di indurre sensazioni e sentimenti positivi che ancora non esistono, in noi e nelle persone che stanno intorno a noi; la competenza emotiva, allora, diviene, nella vita personale come nell’attività professionale di ciascun individuo, il fondamento stesso di ogni altra competenza. I soggetti alessitimici non sono senza emozioni, ma la loro limitata capacità di elaborare le emozioni li predispone cognitivamente ad avere stati affettivi indifferenziati e scarsamente regolati. Utilizzando i termini della teoria del codice multiplo di Bucci (1997a) , l’alessitimia implica l’assenza o la disconnessione referenziale e, per questa ragione, le emozioni risultano collegate molto debolmente con le immagini e con le parole, venendo così vissute come sensazioni somatiche, percezioni e impulsi agiti poco differenziati. Il deficit è molto più complesso del fatto di essere senza parole per le emozioni, in quanto l’individuo alessitimico in tale condizione di de-simbolizzazione, esprime le tensioni intollerabili attraverso canali motori e somatici e ciò può dare origine a sintomi e/o modalità disadattive di regolazione affettiva, come nelle abbuffate alimentari o nell’abuso di sostanze (Bucci, 1997b; Freedman e Lavender, 2002).
La spiccata predisposizione ad esprimere soltanto o prevalentemente la componente corporea dell’attivazione emozionale e la mancata elaborazione cognitiva della tensione emotiva conducono i soggetti alessitimici a reagire di fronte ad eventi stressanti attraverso componenti impulsivi ed intense risposte fisiologiche, mostrando una forte tendenza all’espressione somatica piuttosto che affettiva delle emozioni; in questo modo si spiega come l’alessitimia possa costituire uno dei fattori in grado di causare l’insorgenza di malattie somatiche (De Gucht e Heiser, 2003; Waller e Scheidt, 2004).
Le caratteristiche cliniche che caratterizzano l’alessitimia sono riscontrabili non solo in pazienti con conclamati disturbi psicosomatici di vario tipo, ma anche in individui dipendenti da sostanze o affetti da disturbi alimentari (Quinton e Wagner, 2005), disturbi affettivi, depressivi e post-traumatici da stress. Quanto detto ci porta a riflettere circa la possibilità che il fenomeno clinico in esame possa venir considerato trasversale a numerose patologie. Il funzionamento alessitimico può manifestarsi poi anche in soggetti senza disfunzionalità clinica, presentandosi come un tratto di personalità stabile e pervasivo (Taylor, Bagby, Parker, 1997).

In realtà il dibattito è da tempo piuttosto controverso. E’ ragionevole distinguere l’alessitimia come tratto, nei termini di variabile stabile e continua di personalità (piuttosto che un fenomeno tutto o nulla) indipendente da specifiche cause eziologiche (Horton, Gewirtz e Kreutter, 1992) e l’alessitimia come stato strettamente associato alla situazione stressante dalla quale origina.
Secondo Catalano, Blandi e Miragliotta (2007) i soggetti alessitimici, che mostrano delle difficoltà nella regolazione degli affetti, sono portati ad instaurare rapporti di dipendenza con le altre persone che fungono da regolatori interni ed esterni delle loro emozioni. Sono incapaci di provare emozioni positive e di modulare l’ansia per via della scarsa presenza di processi immaginativi. Per la ridotta consapevolezza circa i propri sentimenti sono privi di capacità empatica, non sentono ciò che sente l’altro, non si immedesimano nelle altre persone. La mancanza di consapevolezza sui sentimenti interferisce nella capacità di guidare il flusso delle decisioni personali, soprattutto quando è necessario soppesare decisioni dalle quali dipende in larga misura il loro destino: quale carriera intraprendere, se conservare un posto di lavoro sicuro o passare ad un altro più a rischio ma anche più interessante, con chi avere una relazione, dove vivere, e così via.
Queste decisioni non possono essere prese servendosi della sola razionalità; esse richiedono il contributo che ci viene dai sentimenti più interni e quella saggezza emozionale che scaturisce dalle esperienze del passato. La chiave per scandagliare i processi decisionali personali è dunque quella di essere in sintonia con i propri sentimenti.

Nel 2009 (Cusinato, Colesso e Tuccio) è stata fatta una ricerca, su un campione 352 partecipanti di età compresa tra i 18 e i 56 anni di cui 156 maschi (44.32%) e 196 femmine (55.68%), con lo scopo di approfondire i processi relazionali che cercano di spiegare il fenomeno dell’alessitimia. Sono state applicate le scale TAS (Taylor et. al., 1992) che danno una descrizione del fenomeno e che costituiscono lo strumento di riferimento in gran parte delle ricerche. Esse sono poi state interfacciate con le scale del QRR che operazionalizzano il modello ERAAwC (L’Abate, 2003; Castiglion, 2009) e che valutano le dimensioni riguardanti le risposte relazionali. Questa modalità di interfacciamento dovrebbe in qualche modo permettere di evidenziare il processo che sta alla base del fenomeno alessitimico. Si è voluto così approfondire empiricamente il processo che determina lo sviluppo del costrutto dell’alessitimia avendo come “griglia di lettura” le modalità di risposta relazionale.
Fra le caratteristiche cliniche dell’alessitimia emerge una povertà dei processi immaginativi e una difficoltà nel distinguere fra stati emotivi soggettivi e le componenti somatiche dell’attivazione emotiva (Sifneos; 1977). Pertanto si è ipotizzato che le dimensioni dell’alessitimia non vengano spiegate né dalla Razionalità (R), né dall’ Azione (A) mentre potrebbero essere collegate direttamente alle scale che valutano il sentimento (E1) o la emotività espressa (E2), anche se con gradi differenti, in quanto l’emotività che non si manifesta, ma comunque presente, può prendere altre vie di “scarico” come i disturbi psicosomatici (De Gucht e Heiser, 2003; Waller e Scheidt, 2004), alle scale della consapevolezza globale (Aw1) e/o di consapevolezza-feedback (Aw2) in quanto i soggetti alessitimici manifestano una marcata difficoltà a verbalizzare i propri stati emotivi perché non ne hanno consapevolezza, all’ influenza del contesto (C1) e/o alla dipendenza dal contesto (C2) perché i soggetti alessitimici tendono al conformismo sociale e ad enfatizzare il contesto (Todarello e Porcelli, 2002).


"Alessitimia e Processo Relazionale", tratto da Obiettivo Psicologia. Formazione, lavoro e aggiornamento per psicologi

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