Blog a cura della Dr.ssa ANNA GULLA' & Collaboratori

giovedì 24 novembre 2011

La ROAD RAGE o "rabbia metropolitana"

E' una sindrome metropolitana che colpisce soprattutto gli automobilisti di quelle città più moderne, affollate e caotiche.
Una sorta di naturale risposta al tipo di ambiente circostante, una reazione allo stress, alle situazioni conflittuali, ai tempi sempre più rapidi attraverso cui si svolgono le nostre più normali e sistematiche azioni quotidiane.
Le ricerche, gli approfondimenti, i sondaggi circa quella che è stata definita “Road Rage” sono state davvero moltissime in questi ultimi anni e hanno evidenziato meglio non solo la mappa delle città più a rischio, ma anche e soprattutto le tipologie di comportamento di coloro che ne restano colpiti, in maniera più o meno evidente.
Generalmente si usa attribuire il termine “road rage” a quei comportamenti violenti e fuori luogo che si adottano quando si è alla guida di un’automobile o di un qualunque veicolo a motore.
Tra il 1987 e il 1988 sono stati visionati diversi filmati, girati a Los Angeles e trasmessi dalla tv locale KTLA, in cui si percepiva un cospicuo aumento delle situazioni di “guida aggressiva”.
Tali episodi riguardavano sia la conduzione dei veicoli in modo deliberatamente pericoloso e non consono al codice della strada, sia gesti violenti, insulti di ogni genere, fino ad arrivare, nei casi estremi, a risse ed aggressioni con conseguenze piuttosto serie.
Furono così individuate le caratteristiche del guidatore affetto da “rabbia stradale” che si possono riassumere in alcuni comportamenti quali:
- guidare velocemente a cavallo delle corsie per spaventare gli altri automobilisti;
- provocare volontariamente degli incidenti;
- lampeggiare in modo ossessivo;
- insultare e minacciare continuamente altri guidatori, ciclisti o pedoni;
- cercare la rissa e la lite continua scendendo dall’auto e provocando gli altri.
Per meglio definire i confini di questa “sindrome” è stata stilata, negli ultimi anni, una classifica di questi atteggiamenti e anche delle città americane più colpite dal fenomeno.
Dal 1997, inoltre, pare che questa condizione sia stata classificata come patologica almeno negli Stati Uniti, al punto che da essere inserita nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disagi Mentali.
Si tratta, infatti, di un disturbo mentale vero e proprio, definito in termini di “disturbo esplosivo intermittente”.
Si è arrivati ad una prima conclusione che il problema della gestione della rabbia è, spesso, di difficile attuazione.
Si sa che la rabbia è una delle tanti emozioni tipicamente umane.
E’ una sorta di meccanismo di difesa che rivolgiamo all’esterno quando ci sentiamo attaccati o minacciati.
Il problema, però, nasce dalla impossibilità di saperla controllare, dall’incapacità di agire in maniera equilibrata in ogni situazione, tanto da generare, invece, situazioni di conflitto più o meno accentuate che influiscono poi sui nostri rapporti personali e in generale sulla nostra esistenza.
Interessante e utile è stato divulgare sul territorio (in America ma anche qui da noi) la presenza di corsi specializzati per imparare a gestire gli attacchi di rabbia, sicuramente adeguati come prevenzione per il fenomeno della road rage, ma applicabili in qualunque altro nostro ambito quotidiano.
In questi ultimi anni, questa sorta di “rabbia” metropolitana si è diffusa anche e soprattutto tra i pedoni.
Proprio i pedoni, coloro che sono da sempre considerati i soggetti più indifesi e pacifici, affrontano con strani impeti comportamentali le loro “cavalcate” urbane, a volte manifestando atteggiamenti preoccupanti.
Un articolo apparso a febbraio sul quotidiano “La Repubblica” meglio descrive questa nuova e sconcertante “moda” cittadina: la rabbia da marciapiede.
Nell’interessante spaccato di vita newyorkese, il corrispondente Federico Rampini, sottolinea come siano in aumento gli “incidenti” tra pedoni, una delle categorie più lente tra coloro che si muovono in città.
Le cause sono molteplici, spesso attribuibili all’enorme uso (e abuso) che si fa delle nuove tecnologie, per cui siamo sempre più distratti da tutti quei mezzi di comunicazione che catturano la nostra attenzione, rallentano il nostro passo e spesso creano spiacevoli imprevisti.
Gli studiosi del Department of City Planning di New York, inoltre, hanno aggiunto come altre possibili motivazioni, la diversa importanza che si attribuisce ai vari “codici di comportamento pedonale” che vede coinvolte popolazioni multietniche diverse tra loro anche per approccio al problema.
Così quello che noi riteniamo “educato e corretto” nell’incedere a piedi in città, può non essere altrettanto per chi ci sta accanto.
Per meglio monitorare la situazione, sono state registrate le diverse velocità di andatura degli stessi pedoni.
Troviamo una per tutti un passo con una media di 1.35 metri al secondo, escludendo coloro che corrono per fretta, abitudine o jogging.
I turisti affetti da “lentezza da svago” e gli anziani hanno una falcata di circa 1,11 metri e di seguito le persone obese.
Questa inevitabile diversità di passo porta alla diffusione di situazioni difficoltose: da un lato gli irriducibili della velocità, dall’altra coloro che occupano i marciapiedi senza affanno.
I marciapiedi diventano i palcoscenici di questa “simbolica battaglia” in nome della vita frenetica, spesso alimentata da condizioni stressanti, per cui basta un gesto improprio, una parola o un atteggiamento a scaricare le frustrazioni e determinare piccole o grandi condizioni di violenza.
Così come sottolineato anche da un articolo sul famoso Wall Street Journal, anche in Italia, dopo una sentenza della Cassazione, si è sentito il bisogno di confezionare un apposito “decalogo del pedone” per regolare in maniera ottimale i rapporti tra pedoni e automobilisti, ma anche tra pedoni e pedoni.
E’ un insieme di norme comportamentali, un codice di bon ton che tutti dovrebbero riconoscere e applicare!
A tutelare le esigenze dei pedoni, infine, è scesa in campo, nel nostro Paese, ormai da 30 anni la Legambiente con l’istituzione sul territorio delle tanto ambite “isole pedonali”.
Nate soprattutto per decongestionare il traffico nelle grandi città e ridurre i livelli di inquinamento atmosferico con cui combattiamo da sempre, esse potrebbero considerarsi un interessante aiuto nel gestire lo stress urbano, perché garantirebbero la possibilità di dedicarsi alla “propria andatura” senza subire gli effetti di quella altrui e vivendo così i propri spazi in modo più equilibrato e soddisfacente.
Peccato che queste aree non siano ancora così diffuse come si pensava, invece, potesse accadere!


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