Blog a cura della Dr.ssa ANNA GULLA' & Collaboratori

mercoledì 14 marzo 2012

La realtà virtuale per il trattamento dell'ANORESSIA

I Disturbi Alimentari (DA), e in particolare l’Anoressia Nervosa (AN), rappresentano ad oggi una delle maggiori sfide della terapia sia farmacologica che psicoterapeutica. Fra i tanti trattamenti proposti per questo disturbo, il Dott. Vicentini, psicologo e informatico, presso Villa Santa Chiara, Quinto di Valpantena (Verona), propone un protocollo di cura per l’anoressia in regime di ricovero che prevede l’ausilio della realtà virtuale.

Da qualche anno la realtà virtuale (RV) è stata introdotta come strumento per il trattamento dei disturbi psicologici. Questo strumento permette di costruire un ambiente complesso e molto specifico che da la possibilità di inserirsi “fisicamente in un modo virtuale” in grado di poter generare sensazioni, emozioni e valutazioni uguali a quelle generate dagli ambienti reali (Riva, 1999).

Ad oggi si ritiene che questo strumento sia in grado di mediare tra il lavoro cognitivo condotto con il terapeuta durante le sedute “classiche” e il mondo reale, permettendo di superare alcuni ostacoli, delle resistenze, che si possono incontrare nella terapia cognitiva comportamentale standard, soprattutto per quando riguarda le esposizioni (Vincelli & Riva 2007). Inoltre si ritiene che i trattamenti che usano la RV presentino alcuni vantaggi rispetto ai trattamenti tradizionali, primo fra tutti quello di poter condurre delle esposizioni in un ambiente protetto per il paziente ed inoltre di poter costruire degli ambienti ad hoc per il percorso di trattamento per il paziente.

In letteratura esistono già diverse evidenze rispetto l’efficacia di questa tecnologia per il trattamento dei Disturbi d’Ansia (Bottella, et al, 2006), nello specifico è stata dimostrata l’efficacia di questo trattamento per il trattamento delle fobie, quali paura di volare, guidare, claustrofobia, disturbi Sessuali e disturbi dell’immagine corporea (Riva, 2001).

A partire da questi interessanti risultati, dagli studi condotti dal dott. Riva sull’uso di questo strumento nel trattamento dell’Anoressia Nervosa (Riva et al, 1999), e sui protocolli che negli Stati Uniti e in molti Paesi d’Europa sono già in uso da diversi anni, nella clinica di Verona è stato strutturato un protocollo di trattamento che utilizza il concetto di Avatar come supporto alla terapia.

Scopriamo come funziona la terapia dell’anoressia con l’avatar.

In una prima fase la paziente disegna al computer l’immagine di come “vede sé stessa” e contemporaneamente il terapeuta disegna una figura realistica della paziente. Quindi i due disegni vengono confrontati.

Nella seconda fase alla paziente viene fatto indossare il casco della realtà virtuale per permetterle di affrontare, attraverso l’avatar, le situazioni che solitamente risultano più problematiche nei pazienti affetti da questo disturbo, come ad esempio fare la spesa, mangiare al ristorante, mostrarsi senza vestiti in piscina.

Infine nella terza fase il paziente viene aiutato a gestire meglio le proprie emozioni “mandando avanti l’avatar al proprio posto”, così da potersi confrontare con le proprie difficoltà in una modalità protetta.

I pazienti attraverso questo percorso imparano, muovendosi in ambienti ricostruiti al computer, ad avvicinarsi alle persone e al cibo dapprima in modalità virtuale, aggirando così le resistenze che possono ancora esserci di fronte a quello vero. Le sedute individuali si effettuano due volte a settimana. Naturalmente questo trattamento può essere effettuato solo in regime di ricovero e sotto la supervisione di un terapeuta esperto che accompagna le esperienze vissute attraverso l’Avatar con un percorso cognitivo che permette una ristrutturazione cognitiva più profonda.

Vorremmo rassicurare tutti coloro che immaginando i pazienti catapultati in Matrix erano già pronti a far salire sul banco del Sant’Uffizio la realtà virtuale, dicendo che bisogna considerarla come un nuovo ed innovativo strumento complementare che può fornire un ulteriore ausilio alla terapia classica e non un approccio terapeutico a sè stante e indipendente.

Articolo di Ursula Catenazzi, Sara Della Morte, Giuseppina Di Carlo, tratto da: http://www.stateofmind.it

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